
Condizioni indecorose segnalate ai controllori pubblici: operai senza spazi adeguati mentre cresce il silenzio dell’azienda.
C’è un confine che non dovrebbe mai essere superato.
E quando accade, non è solo una questione sindacale: diventa una questione di dignità.
A Palermo, dentro un’officina metalmeccanica, quel confine – secondo la denuncia della Fiom Cgil – sarebbe stato ampiamente oltrepassato.
E non stiamo parlando di un’azienda qualunque.
Stiamo parlando della R.Motors, amministrata dall’imprenditrice Iolanda Riolo, figura di primo piano dell’imprenditoria siciliana, Cavaliere del Lavoro e oggi alla guida dell’IRFIS per nomina del presidente della Regione Siciliana Renato Schifani.
La denuncia: lavoratori costretti a mangiare per strada
La segnalazione è ufficiale.
Con un denuncia del 26 marzo 2026 formalizzata dalla Fiom Cgil Palermo, indirizzata all’Asp e all’Ispettorato del Lavoro.
Il cuore dell’accusa è semplice quanto devastante:
mancano i locali minimi previsti dal Testo Unico sulla sicurezza.
Niente refettorio.
E quindi i lavoratori, oltre 40 metalmeccanici, sarebbero costretti a consumare il pranzo:
in mezzo alla strada
seduti per terra
oppure dentro le proprie auto
Una scena che, se confermata, non appartiene a un sistema industriale moderno.
Appartiene a qualcosa che dovrebbe essere superato da decenni.
E ancora:
Spogliatoi fuori norma: 40 operai in 6 metri quadri
Il quadro infatti peggiora entrando nei dettagli.
Secondo quanto denunciato dal segretario generale Francesco Foti, anche lo spogliatoio risulterebbe gravemente inadeguato.
Numeri alla mano:
circa 6 metri quadrati di superficie
utilizzato da oltre 40 lavoratori
armadietti insufficienti
Tradotto:
operai che lavorano tra oli industriali, grassi, polveri metalliche e utensili, senza uno spazio adeguato per cambiarsi e lavarsi.
Non è solo una questione logistica.
È una questione di sicurezza, salute e rispetto umano.
Le proposte ignorate e lo stato di agitazione
Non si tratta di una denuncia improvvisa.
La Fiom riferisce di aver tentato più volte una soluzione:
proposta di buoni pasto per consentire ai lavoratori di mangiare nei locali vicini
accordo per estendere la pausa pranzo a due ore, così da permettere il rientro a casa
Risultato?
Nessuna risposta.
Già a dicembre, su questi temi, era stato proclamato lo stato di agitazione.
Un segnale ignorato.
Un segnale che oggi diventa denuncia formale.
Il nodo politico: quando l’immagine pubblica si scontra con la realtà
Qui la vicenda smette di essere solo sindacale.
E diventa inevitabilmente politica.
Perché l’azienda chiamata in causa è riconducibile a una figura che oggi rappresenta un pezzo delle istituzioni politiche ed economiche regionali.
La domanda è inevitabile:
è accettabile che chi guida un ente finanziario pubblico regionale venga associato a contestazioni di questo tipo?
Il punto non è stabilire colpe.
Il punto è il cortocircuito evidente tra ruolo pubblico e realtà aziendale.
Cosa succede adesso
La palla passa adesso:
all’Asp
all’Ispettorato del Lavoro
che dovranno verificare:
il rispetto delle norme del Testo Unico sulla sicurezza (D.Lgs. 81/2008)
l’idoneità degli ambienti di lavoro
eventuali responsabilità.
Se le violazioni fossero confermate, si aprirebbe uno scenario ben più ampio.
Non solo sanzionatorio.
Ma anche istituzionale e reputazionale.
Una questione che riguarda tutti
Perché questa storia non riguarda solo un’officina.
Riguarda un modello.
Riguarda il livello di attenzione reale verso il lavoro.
Riguarda la distanza – sempre più evidente – tra narrazione pubblica e condizioni concrete.
E allora la domanda finale è una sola:
quanto vale davvero la dignità del lavoro, quando nessuno guarda?
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Perché certe storie non vanno ignorate.










