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Palermo, lavoratori costretti a mangiare in strada: la denuncia che scuote l’azienda di Iolanda Riolo, Caval

2026-03-27 05:00

Redazione

Cronaca,

Palermo, lavoratori costretti a mangiare in strada: la denuncia che scuote l’azienda di Iolanda Riolo, Cavaliere del Lavoro e presidente IRFIS per volere di Schifani

Il nodo politico: quando l’immagine pubblica si scontra con la realtà

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Condizioni indecorose segnalate ai controllori pubblici: operai senza spazi adeguati mentre cresce il silenzio dell’azienda.

 

C’è un confine che non dovrebbe mai essere superato.
E quando accade, non è solo una questione sindacale: diventa una questione di dignità.

A Palermo, dentro un’officina metalmeccanica, quel confine – secondo la denuncia della Fiom Cgil – sarebbe stato ampiamente oltrepassato.

E non stiamo parlando di un’azienda qualunque.

Stiamo parlando della R.Motors, amministrata dall’imprenditrice Iolanda Riolo, figura di primo piano dell’imprenditoria siciliana, Cavaliere del Lavoro e oggi alla guida dell’IRFIS per nomina del presidente della Regione Siciliana Renato Schifani.

 

La denuncia: lavoratori costretti a mangiare per strada

La segnalazione è ufficiale.

Con un denuncia del 26 marzo 2026 formalizzata dalla Fiom Cgil Palermo, indirizzata all’Asp e all’Ispettorato del Lavoro.

Il cuore dell’accusa è semplice quanto devastante:

mancano i locali minimi previsti dal Testo Unico sulla sicurezza.

 

Niente refettorio.

E quindi i lavoratori, oltre 40 metalmeccanici, sarebbero costretti a consumare il pranzo:

in mezzo alla strada

seduti per terra

oppure dentro le proprie auto

Una scena che, se confermata, non appartiene a un sistema industriale moderno.

Appartiene a qualcosa che dovrebbe essere superato da decenni.

 

E ancora:

Spogliatoi fuori norma: 40 operai in 6 metri quadri

Il quadro infatti peggiora entrando nei dettagli.

Secondo quanto denunciato dal segretario generale Francesco Foti, anche lo spogliatoio risulterebbe gravemente inadeguato.

Numeri alla mano:

circa 6 metri quadrati di superficie

utilizzato da oltre 40 lavoratori

armadietti insufficienti

Tradotto:

operai che lavorano tra oli industriali, grassi, polveri metalliche e utensili, senza uno spazio adeguato per cambiarsi e lavarsi.

Non è solo una questione logistica.

È una questione di sicurezza, salute e rispetto umano.

 

Le proposte ignorate e lo stato di agitazione

Non si tratta di una denuncia improvvisa.

La Fiom riferisce di aver tentato più volte una soluzione:

proposta di buoni pasto per consentire ai lavoratori di mangiare nei locali vicini

accordo per estendere la pausa pranzo a due ore, così da permettere il rientro a casa

 

Risultato?

Nessuna risposta.

Già a dicembre, su questi temi, era stato proclamato lo stato di agitazione.

Un segnale ignorato.

Un segnale che oggi diventa denuncia formale

 

Il nodo politico: quando l’immagine pubblica si scontra con la realtà

Qui la vicenda smette di essere solo sindacale.

E diventa inevitabilmente politica.

 

Perché l’azienda chiamata in causa è riconducibile a una figura che oggi rappresenta un pezzo delle istituzioni politiche ed economiche regionali.

La domanda è inevitabile:

è accettabile che chi guida un ente finanziario pubblico regionale venga associato a contestazioni di questo tipo?

 

Il punto non è stabilire colpe.

Il punto è il cortocircuito evidente tra ruolo pubblico e realtà aziendale.

 

Cosa succede adesso

La palla passa adesso:

all’Asp

all’Ispettorato del Lavoro

che dovranno verificare:

il rispetto delle norme del Testo Unico sulla sicurezza (D.Lgs. 81/2008)

l’idoneità degli ambienti di lavoro

eventuali responsabilità.

 

Se le violazioni fossero confermate, si aprirebbe uno scenario ben più ampio.

Non solo sanzionatorio.

Ma anche istituzionale e reputazionale.

 

Una questione che riguarda tutti

Perché questa storia non riguarda solo un’officina.

Riguarda un modello.

Riguarda il livello di attenzione reale verso il lavoro.

Riguarda la distanza – sempre più evidente – tra narrazione pubblica e condizioni concrete.

 

E allora la domanda finale è una sola:

quanto vale davvero la dignità del lavoro, quando nessuno guarda?

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Perché certe storie non vanno ignorate.

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