
Una raffica di nomine che sembra rafforzare il peso dell’Isola, ma dietro i numeri si nasconde una verità ben diversa.
La Sicilia conta. O almeno dovrebbe.
Conta perché esprime il Capo dello Stato, Sergio Mattarella.
Conta perché guida il Senato con Ignazio La Russa.
Quindi prima e seconda carica della Repubblica.
Conta perché siede nel Consiglio dei Ministri con Nello Musumeci e Adolfo Urso, entrambi di Fratelli d'Italia, rispettivamente della Protezione Civile e del Mare (strana accoppiata) e del Made in Italy (quel che ne resta).
Conta perché aumenta la sua presenza nel sottogoverno con tre sottosegretari: Matilde Siracusano ai Rapporti col Parlamento ed appena nominati Giampiero Cannella alla Cultura e Massimo Dell’Utri agli Esteri.
E conta soprattutto perché ha eletto una delle più numerose pattuglie parlamentari del centrodestra.
E allora la domanda è semplice.
Dov’è il peso politico reale?
I numeri ci sono, il potere no
La recente nomina di Giampiero Cannella alla Cultura e di Massimo Dell’Utri agli Esteri completa un quadro che, sulla carta, appare persino lusinghiero.
Due ministri. Tre sottosegretari. Le prime due cariche dello Stato.
Una presenza istituzionale che, letta superficialmente, potrebbe far pensare a una Sicilia finalmente centrale nei giochi di potere nazionali.
Ma basta scavare appena sotto la superficie per accorgersi che si tratta di una centralità più apparente che reale.
Una vetrina ben illuminata, ma con le leve del comando altrove.
Il paradosso siciliano
La Sicilia continua a essere decisiva quando si vota.
Ma diventa improvvisamente marginale quando si decide.
Nessun ministero chiave. Nessun controllo sui dossier strategici. Nessuna cabina di regia su infrastrutture, economia, energia.
Eppure è proprio su questi fronti che l’Isola avrebbe bisogno di una rappresentanza forte, capace di incidere.
Non di presenziare.
Una rappresentanza senza ritorno
Il dato politico è ormai strutturale.
La Sicilia porta voti. Garantisce consenso. Consegna seggi.
Ma in cambio ottiene incarichi che raramente si traducono in risultati concreti per il territorio.
Una dinamica che si ripete governo dopo governo, colore politico dopo colore politico.
Con una costante inquietante: l’assenza di una classe dirigente capace di trasformare la forza elettorale in potere negoziale.
Il grande equivoco
Il punto non è quanti siciliani siedono nelle stanze del potere.
Il punto è quanto contano davvero.
Perché tra occupare una poltrona e determinare le scelte passa una distanza enorme.
E oggi quella distanza, per la Sicilia, resta tutta lì.
Intatta.
E adesso?
La politica siciliana continuerà a rivendicare posti o inizierà finalmente a pretendere risultati?
Perché senza questo salto di qualità, ogni nuova nomina rischia di essere solo l’ennesima illusione.
Ben confezionata. Ma completamente inutile.
E i siciliani, ancora una volta, restano a guardare.










