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Ottant’anni dopo il varo dell’autonomia speciale siciliana, il simbolo più potente resta quello di una classe dirigente travolta da scandali, processi e paralisi istituzionale.
C’è qualcosa di perfino grottesco nelle celebrazioni per gli 80 anni dello Statuto della Regione Siciliana.
Uno Statuto nato per garantire autonomia, sviluppo, dignità e riscatto ad una terra straordinaria.
Uno Statuto che avrebbe dovuto trasformare la Sicilia nel laboratorio più avanzato del Mediterraneo.
Ed invece.
Ottant’anni dopo.
La fotografia plastica della Regione Siciliana è quella di una Commissione parlamentare bloccata perché il suo presidente è agli arresti domiciliari.
Non una metafora.
Non un’esagerazione giornalistica.
La realtà.

Il presidente della Commissione “Statuto e materia statutaria” dell’Assemblea Regionale Siciliana, il deputato di Forza Italia Michele Mancuso, è finito agli arresti domiciliari nel febbraio scorso nell’ambito di un’inchiesta per corruzione.
E nonostante siano trascorsi mesi, non è stato ancora sostituito.
La Commissione che dovrebbe studiare, aggiornare, difendere e rilanciare lo Statuto autonomistico siciliano è sostanzialmente paralizzata.
Un’immagine devastante.
Forse persino perfetta.
Perché rappresenta meglio di qualsiasi convegno, celebrazione o cerimonia ufficiale il vero stato della politica siciliana.
Il simbolo del fallimento dell’autonomia siciliana
Lo Statuto siciliano è stato probabilmente il più grande strumento politico, economico e istituzionale mai consegnato ad una regione italiana.
Un’autonomia speciale costruita dopo la guerra.
Un modello che avrebbe dovuto garantire capacità legislativa, gestione fiscale, programmazione economica, sviluppo infrastrutturale e tutela del territorio.
Ed invece è diventato il simbolo di uno spreco storico.
Decenni di clientele.
Miliardi evaporati.
Enti inutili.
Carrozzoni politici.
Precariato.
Assistenzialismo.
Sistemi di potere.
Una massa di cannibali ingrassata impunemente.
Una gigantesca occasione tradita.
E mentre si celebrano gli 80 anni dello Statuto, la Sicilia si ritrova con una classe dirigente che sembra uscita da un bollettino giudiziario.
Una classe dirigente sotto processo
Il quadro è imbarazzante.
Ed è inutile girarci attorno.
Il presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana Gaetano Galvagno è sotto processo con accuse pesantissime.
Truffa.
Falso.
Corruzione.
Il vicepresidente del governo Schifani, Luca Sammartino, è a processo.
L’assessora regionale al Turismo Elvira Amata è a processo per corruzione.
Il presidente della Commissione Statuto Michele Mancuso è agli arresti domiciliari.
Il leader della Democrazia Cristiana Totò Cuffaro ha appena patteggiato la bizzarra pena di non poter incontrare compari e compare.
E tutto questo mentre la Regione continua ad arrancare su sanità, infrastrutture, trasporti, acqua, rifiuti, programmazione economica, gestione aeroportuale e fondi europei.
Una Sicilia dove ogni emergenza sembra eterna.
Dove ogni grande opera resta incompiuta.
Dove la burocrazia paralizza tutto.
Dove le istituzioni sembrano sempre più concentrate sulla sopravvivenza politica piuttosto che sul governo reale della Regione.
La tragicommedia delle celebrazioni ufficiali
Ed allora diventano quasi offensive certe celebrazioni retoriche.
Convegni.
Targhe.
Discorsi solenni.
Cerimonie istituzionali.
Mentre il cuore stesso dell’autonomia siciliana appare devastato.
Perché il problema non è soltanto giudiziario.
Sarebbe troppo semplice.
Il problema è etico.
Politico.
Culturale.
La Sicilia continua a produrre una classe dirigente incapace di trasformare l’autonomia in sviluppo.
Incapace di utilizzare lo Statuto come leva strategica.
Incapace persino di evitare che le istituzioni regionali finiscano quotidianamente associate a cronache giudiziarie.
Ed il paradosso è feroce.
Perché proprio nell’anniversario degli 80 anni dello Statuto emerge in tutta la sua brutalità il fallimento della politica siciliana.
Lo Statuto usato come scudo e non come missione
Negli anni lo Statuto speciale è stato spesso utilizzato come alibi.
Come scudo.
Come strumento di propaganda.
Mai davvero come missione.
Mai come progetto serio di emancipazione economica e civile.
La Sicilia avrebbe potuto essere il centro logistico del Mediterraneo.
Il cuore energetico europeo.
Il polo universitario e tecnologico del Sud.
La piattaforma commerciale naturale tra Europa, Africa e Medio Oriente.
Ed invece.
Porti incompleti.
Strade devastate.
Ferrovie medievali.
Acqua razionata.
Sanità al collasso.
Giovani costretti a partire.
Mentre la politica regionale continua a consumarsi dentro lotte di potere, correnti, nomine e processi.
La domanda che nessuno vuole fare
La vera domanda è semplice.
Questa classe politica è ancora degna dello Statuto siciliano?
Perché lo Statuto non è carta.
Non è retorica.
Non è una celebrazione da anniversario.
È una responsabilità enorme.
Che richiederebbe visione.
Competenza.
Rigore morale.
Autorevolezza.
Tutte qualità che oggi sembrano drammaticamente assenti.
Ottant’anni dopo resta soltanto una gigantesca occasione perduta
La sensazione più amara è che lo Statuto siciliano sia stato progressivamente svuotato.
Tradito.
Consumato.
Ridotto a simulacro.
Ed il fatto che la Commissione parlamentare dedicata proprio allo Statuto sia bloccata perché il suo presidente è ai domiciliari non è un incidente.
È il simbolo perfetto.
Il riassunto definitivo.
L’immagine più sincera della Sicilia politica del 2026.
Una terra straordinaria governata da troppo tempo da una classe dirigente straordinariamente mediocre quando non direttamente criminale.
E forse è proprio questa, oggi, la più grande emergenza siciliana.
Non economica.
Non infrastrutturale.
Non finanziaria.
Ma etica.
Ed è una crisi che nessuno Statuto potrà mai risolvere da solo.










