Davanti al Palazzo di Giustizia di Palermo centinaia di studenti hanno ricordato la strage di Capaci con canti, teatro e letture. C'era la società civile, viva e presente. C'erano la memoria vera e l'impegno.
Ci sono giorni in cui Palermo si ferma. O almeno dovrebbe. Il 23 maggio è uno di quelli. Trentaquattro anni fa, sull'autostrada Palermo-Mazara del Vallo, una carica di cinquecento chili di tritolo fece saltare in aria il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo. Un boato che non ha mai finito di rimbombare.
Quest'anno, davanti al Palazzo di Giustizia di Palermo, in piazza Vittorio Emanuele Orlando, centinaia di studenti e studentesse di ogni età si sono ritrovati per fare insieme qualcosa di semplice e potente: ricordare. Non solo Falcone e chi ha perso la vita insieme a lui, ma tutte le vittime di tutte le mafie. Lo hanno fatto con canti, con teatro, con letture ad alta voce. Lo hanno fatto con i loro corpi presenti, che è già di per sé una dichiarazione.
Basta passerelle, parla la gente
Ogni anno, il 23 maggio, Palermo si riempie di politici. Vengono a deporre corone, a stringere mani, a farsi fotografare sotto le targhe dei caduti. Pronunciano discorsi solenni, citano Falcone, citano Borsellino, e poi tornano ai loro uffici. Noi giornalisti lo sappiamo, e siamo stanchi. È una stanchezza che si è fatta insopportabile, in questo momento storico in cui la distanza tra le istituzioni e la società civile sembra un abisso che nessuno - il riferimento è a chi ricopre ruoli istituzionali - ha davvero intenzione di colmare.
Ecco perché vale la pena raccontare quello che è successo oggi davanti al Tribunale di Palermo. Perché non c'erano passerelle. C'erano ragazzi.
Una rete solida
L'iniziativa è stata organizzata dalla Rete per la Cultura Antimafia nella Scuola, insieme al Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Palermo e alla sezione palermitana dell'Associazione Nazionale Magistrati. All'appello hanno risposto venticinque istituti scolastici siciliani, ma anche scuole arrivate da altre regioni italiane: il Liceo delle Scienze Umane Avogadro di Biella, il Liceo Statale Laura Bassi di Sant'Antimo (Napoli), l'I.C. Guglielmo Marconi di Terni, l'I.O. Primo Levi di Sant'Egidio alla Vibrata (Teramo). A partecipare anche l'Associazione Libera Palermo e il Comitato AddioPizzo.
Gran parte dei partecipanti è arrivata in corteo - partito da via Serradifalco e organizzato dall'I.C. De Amicis – Leonardo Da Vinci e dall'I.C. Alberico Gentili - sulle note di “Cento passi”, l'inno di liberazione dalla mafia ispirato alla vita di Peppino Impastato.
Un fiume di studenti, insegnanti, genitori, semplici cittadini, che ha attraversato la città portando striscioni, voci e voglia di esserci. Non per obbligo ma per scelta.
La scuola come presidio civile
A guidare la scuola capofila della Rete, l'I.C. Giovanni Falcone di Carini (Palermo), c'è il dirigente scolastico Giusto Catania. Il suo non è un discorso retorico, e si sente.
“La scuola ha l'obbligo di fare storia e di fare memoria, ed è quello che stiamo facendo in questi giorni, ricostruendo quegli anni drammatici e restituendo la memoria alle nuove generazioni. Oggi è importantissimo avere qui tante ragazze e tanti ragazzi che nel 1992 non erano ancora nati, non c'erano, ma hanno sentito il racconto dei loro genitori e soprattutto il racconto della scuola, che ogni giorno rinnova l'impegno antimafia”.
Catania è chiaro anche su un punto cruciale: fare antimafia senza scivolare nella retorica è possibile, ma richiede onestà intellettuale. “La cosa più importante è proprio evitare la retorica. Troppo spesso l'antimafia diventa una medaglietta, o troppo spesso le persone che sono morte sotto il fuoco della mafia, lavorando e facendo il loro dovere, diventano degli eroi o dei santini. Per noi il messaggio di Giovanni Falcone, di Paolo Borsellino, del giudice Cesare Terranova, del procuratore capo Gaetano Costa, di Peppino Impastato, di Pio La Torre e di tanti uomini e tante donne morti per contrastare ogni giorno la mafia non è solo un messaggio. È una pratica quotidiana”.
E sulla mafia di oggi, meno visibile ma non meno pericolosa, Catania non usa mezzi termini: “La mafia oggi è molto forte, radicata nel sistema di potere di questa regione e, ahimè, lo dimostrano le inchieste giudiziarie. È radicata nel sistema politico-istituzionale. È parte dell'economia, è parte di un sistema complessivo di potere. Per questa ragione spiegare la mafia alle nuove generazioni è molto difficile, ma proprio per questo motivo è ancora più importante continuare a farlo, ogni giorno”.
La giustizia guarda i ragazzi e spera
Carlo Hamel, presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati di Palermo, si è fermato a osservare la piazza con un'espressione di sollievo e fiducia.
“Vedere questi ragazzi, questa manifestazione così gioiosa, questa invasione di allegria davanti al Palazzo di Giustizia, dà tanta speranza. Sono ragazzi che non hanno vissuto direttamente l'esperienza delle stragi, non hanno un ricordo diretto di quegli anni, ma lo vivono nel racconto dei testimoni, nelle immagini e soprattutto nell'esempio e nella memoria che viene tramandata e diventa impegno attuale. Vederli qui oggi significa che qualcosa di buono è stato fatto, che la mafia è stata combattuta e sicuramente ridimensionata, che c'è un cambiamento culturale, cioè quello che veramente conta”.
Le voci di chi è nato dopo il 1992
Walter Pietro Miserendino, diciotto anni, studente del Liceo Einstein di Palermo, ha le idee chiare: “Non c'ero all'epoca delle stragi. Però tramite l'educazione che ho ricevuto a scuola e dai miei genitori ho scoperto che la mafia non è una bella cosa. Oggi è giusto essere qui per ricordare chi ha perso la vita, ma soprattutto per far capire alla mafia che noi non dimentichiamo”.
Maria Luisa Ferrante, Zelia Messina e Serena Restivo, studentesse del Liceo Garibaldi di Palermo, osservano: “Dobbiamo continuare a combattere contro il fenomeno mafioso, anche se è più silente rispetto al passato. Siamo figli di una generazione che ha vissuto il dolore delle stragi del '92. Dobbiamo scendere in piazza, farci sentire, perché la mafia c'è ancora, ma in modi diversi.
È importante avere consapevolezza del fatto che esiste, e bisogna combatterla”.
Quel giorno che non posso e non voglio dimenticare
Il 23 maggio del 1992 io non avevo ancora tredici anni. Ricordo la sera trascorsa davanti alla televisione con mia madre e mia nonna, i loro occhi lucidi, le immagini tremende trasmesse dai tg in diretta dall'autostrada Palermo-Mazara del Vallo. Ricordo la paura. Una paura precisa, nuova, mai sentita prima, che mi spiazzava.
Da bambina avevo chiesto, molte volte, agli adulti cos'era la mafia. Non potevo non farlo, perché vivevo a Palermo, e ogni giorno c'erano morti ammazzati. Mia madre e mia nonna mi rispondevano che “i mafiosi sono persone cattive che vogliono comandare, che fanno cose sbagliate, cose illegali”.
Parole giuste ma insufficienti a spiegare l'abisso di sopraffazione e morte.
Capaci me lo ha spiegato. Compresi che quella strage non era solo un omicidio, era un messaggio brutale e codardo rivolto a tutta la società civile: sottomettetevi, abbassate la testa, abbiate paura.
La mafia non voleva solo comandare. Voleva che lo sapessimo, che lo sentissimo nel petto, che ci svegliassimo la mattina sapendo che poteva arrivare ovunque, fare qualsiasi cosa.
Nessuno di noi ha dimenticato. Io non ho dimenticato. E guardando quei ragazzi davanti al Palazzo di Giustizia - ragazzi che nel 1992 non erano nati, che quella paura non l'hanno vissuta sulla propria pelle ma l'hanno ereditata e trasformata in impegno - mi è venuta voglia di dirlo ad alta voce: i mafiosi non hanno vinto. Non hanno vinto affatto. Perché non ci siamo piegati. E non abbiamo alcuna intenzione di tacere o di rassegnarci.
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