
C'è un piatto che racconta un viaggio. Si chiama samsa - o samosa, a seconda di dove lo si prepara - ed è diventato il cuore pulsante di un cortometraggio che ha commosso e fatto riflettere migliaia di ragazzi italiani.
Samsa, scritto e diretto dal regista, attore e sceneggiatore palermitano Giampiero Pumo, ha vinto il premio come Miglior Cortometraggio al Giffoni School Experience nella categoria +14, lo spin-off del celebre Giffoni Film Festival dedicato al mondo della scuola. A votarlo sono stati studenti tra i 14 e i 20 anni, nell'ambito di un tour nazionale che ha attraversato diverse regioni d'Italia, raggiungendo complessivamente 80.000 giovani spettatori.
Una produzione tutta palermitana - firmata da Eikona Film, dalla Scuola di Cinema Piano Focale e da Cinestar Production, con il contributo del SAI Comune di Palermo, di I.N.F.A.O.P., della Film Commission di Palermo e di Amnesty International Italia - che si è già fatta notare sui palcoscenici internazionali, conquistando riconoscimenti in festival qualificanti per i Goya e i BAFTA, come il Gàldar e l'Aesthetica Film Festival.
Il cast è quanto di più autentico si possa immaginare: accanto al navigato Filippo Luna, volto noto del cinema e della televisione italiana, troviamo Abdoulie Manjang - per tutti "Jay-Z" - un ragazzo gambiano arrivato sei anni fa a Palermo, e un gruppo di giovani migranti, ospiti del sistema di accoglienza del Comune di Palermo. Non attori per professione, ma persone che hanno semplicemente raccontato sé stesse.
Giampiero Pumo, classe 1979, ha costruito la propria carriera tra Palermo, Roma e New York.
Ha recitato in produzioni di grande respiro - da Suburra alla serie sul Generale Dalla Chiesa a campagne pubblicitarie internazionali - prima di passare dietro la macchina da presa quasi per caso, su suggerimento del suo direttore della fotografia. Il suo primo lungometraggio, Ciurè, del 2022, ha vinto oltre venti premi internazionali (tra cui il RIFF - Rome Independent Film Festival e l'Ortigia Film Festival) ed è oggi disponibile su Amazon Prime e Apple TV.

Samsa è il primo cortometraggio di Giampiero Pumo e, come lui stesso annuncia, il primo capitolo di una trilogia dedicata al tema dell'integrazione.
Lo abbiamo intervistato per parlare del film, dei ragazzi che lo hanno reso possibile e di diritti universali, sempre più, purtroppo, minacciati.
Giampiero, partiamo dall'inizio. Che storia racconta Samsa?
Samsa è una storia che vuole raccontare il diritto di sognare. È una storia di riscatto e di speranza. Ho voluto concentrarmi proprio su questo concetto, perché sognare dovrebbe essere un diritto universale, e invece, nel mondo in cui viviamo, è spesso un privilegio riservato a chi nasce dalla parte 'fortunata' del pianeta. Chi nasce altrove sembra quasi condannato a non poter immaginare una vita migliore.
Per raccontare questa storia ho scelto uno strumento molto accessibile: la cucina, lo show cooking. Siamo bombardati di programmi culinari, è un linguaggio che tutti capiscono. Al centro della narrazione c'è Nasìr, un giovane ragazzo gambiano che arriva in Italia con un sogno preciso: diventare chef. Il film racconta il giorno della sua audizione in una prestigiosa scuola di cucina, dove dovrà preparare il piatto più importante della sua vita. Ma quel piatto non è solo una ricetta: è la sua storia, il suo viaggio, tutto ciò che ha attraversato per trovarsi lì, in quella cucina, quel giorno.
Nel film Nasìr reinterpreta completamente la pietanza, modificando e variando gli ingredienti.
E ogni ingrediente ha un significato preciso: è una tappa del suo viaggio, un incontro, un momento della sua vita. La ricetta diventa così una mappa della sua esistenza.
Nel cast c'è Filippo Luna, che il pubblico conosce e ama. Ma anche un esordiente assoluto, Abdoulie Manjang. Cosa può dirci di lui?
Abdoulie Manjang - per tutti Jay-Z, perché in Italia nessuno riesce a pronunciare facilmente il suo nome - è un ragazzo del Gambia. L'ho scoperto durante i casting: non stavo cercando attori professionisti, anzi. Tutti i ragazzi che nel film interpretano i migranti sono realmente migranti.
Abdoulie si è presentato al provino con un'energia e un carisma che mi hanno conquistato immediatamente. Devo essere onesto, avevo in testa un'immagine preconcetta: lo stereotipo del ragazzo immigrato dal passato difficile, con lo sguardo spento, stanco. Lui è entrato nella stanza e ha demolito quello stereotipo in pochi secondi. Dirigerlo è stato naturale, come del resto è stato naturale lavorare con tutti loro. Non avevano la velleità di “fare gli attori”: hanno semplicemente raccontato sé stessi, con una generosità rara.
Il premio vinto da Samsa al Giffoni School Experience ha una particolarità: a votare sono stati ragazzi tra i 14 e i 20 anni. Cosa significa per lei questo riconoscimento?
È la cosa più importante in assoluto. Quando pensavo a come raccontare questa storia, avevo già in mente un pubblico giovane. I giovani non sono solo il futuro: sono il presente, e hanno il potere reale di cambiare le cose. Per raggiungerli, però, serve un linguaggio che parlino davvero: moderno, veloce, in linea con i loro standard e le loro abitudini visive.
Sapere che Samsa è stato visto da 80.000 studenti in tutta Italia mi emoziona profondamente.
Mi dico: se anche solo l'uno percento di loro si è fermato a porsi una domanda su questi temi, l'obiettivo è già raggiunto. È bellissimo.
Lei conosce molto bene gli Stati Uniti, una tappa importante della sua formazione artistica. Cosa pensa di quanto sta accadendo in un paese, che si è sempre presentato come modello di democrazia e integrazione, ma dal quale ci arrivano ogni giorno notizie e immagini che contraddicono il mito del sogno americano?
Ho studiato recitazione a New York, una città che ho amato profondamente. Quello che sta accadendo negli Usa è, semplicemente, tutto ciò che non dovrebbe accadere. Invece è già realtà.
Ricordo l'ultima volta in cui mi trovavo a New York: era l'anno della seconda elezione di Obama. Ero in piazza, al Rockefeller Center, quando arrivarono i risultati. C'era un'energia nell'aria difficile da descrivere, un entusiasmo genuino, e pensavo: dev'essere bello sentirsi americani in questo momento, in un luogo così autenticamente democratico. Oggi quella parola sembra fuori posto.
L'America non è più un modello da seguire o di democrazia. È piuttosto un modello da osservare con attenzione, per capire in quale direzione non andare. Ho sempre detto che New York è una città da vivere almeno una volta ogni due anni, per ricaricarsi. Ora mi rifiuto di tornarci. Non cambierò nulla con questa scelta, lo so. Ma i gesti piccoli contano. Non andarci è anche un atto politico, un modo per dire da che parte sto. E io sto dalla parte dei diritti, di tutti.
La potenza del racconto e della realtà che ci circonda
A suggellare il valore educativo di Samsa anche le parole di Giuseppe Gigliorosso, direttore della Scuola di Cinema Piano Focale: “Questo premio è perfettamente in linea con la mission della nostra scuola: far scoprire ai giovani il mondo del cinema e la capacità di raccontare attraverso le immagini, in un’epoca in cui l’impatto visivo ha preso il sopravvento su tutto. Formiamo professionisti, ma prima ancora educhiamo allo sguardo. Spero che un’opera come Samsa possa offrire uno stimolo profondo ai nostri giovani, spingendoli a riflettere da molteplici punti di vista sulla potenza del racconto e sulla realtà che ci circonda”.











