
Una città ferita chiede presidio, indagini, arresti e bonifiche sociali: dal Viminale arriva l’ennesima toppa tecnologica.
Palermo non è davanti a una semplice “emergenza sicurezza”.
Palermo è davanti a una sfida aperta allo Stato.
Una sequenza ormai intollerabile di sparatorie, incendi, intimidazioni, risse armate, violenze di strada e assalti al tessuto economico sta trasformando pezzi della città in una terra di conquista.
E mentre la criminalità alza il tiro, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si presenta con la ricetta da condominio videosorvegliato: sessanta telecamere in più.
Sessanta.
Alla sparata del ministro ha ironicamente risposto il presidente della Commissione Regionale Antimafia Antonello Cracolici, che l'ha paragonata alla storica frase della regina di Francia Maria Antonietta, che finì ghigliottinata:
Come se davanti ai colpi di pistola, ai kalashnikov, agli incendi alle aziende e alla paura che rientra nelle case prima dei cittadini, bastasse appendere qualche occhio elettronico ai pali.
La notizia è stata rilanciata anche dalla stampa regionale: “Sessanta videocamere e più controlli” viene indicata come la risposta del ministro all’emergenza Palermo, con riferimento al question time alla Camera e al rafforzamento della videosorveglianza urbana.
Nel ritaglio de La Sicilia del 28 maggio 2026, accanto alla cronaca dell’annuncio, campeggiano immagini di auto bruciate e vetri crivellati di colpi: la fotografia plastica di una città in cui la criminalità non si nasconde più.
Si esibisce.
La città dove si torna a sparare
Negli ultimi giorni Palermo ha registrato episodi che non possono più essere derubricati a “fatti isolati”.
ANSA ha riferito della sparatoria durante una rissa nella zona della movida tra via Isidoro La Lumia e via Quintino Sella, con una giovane di 22 anni ferita di striscio alla testa da un colpo d’arma da fuoco, mentre polizia e carabinieri intervenivano per i rilievi e l’acquisizione dei filmati delle telecamere già presenti in zona.
Ecco il primo dettaglio grottesco.
Le telecamere c’erano già.
Gli investigatori le acquisiscono dopo.
Servono, certo.
Ma dopo che qualcuno ha sparato.
Non prima.
Non al posto del presidio.
Non al posto dell’intelligence.
Non al posto della repressione vera.
Non al posto di un controllo del territorio che impedisca alle gang di trasformare le strade in poligoni urbani.
Le aziende nel mirino: quando il fuoco diventa linguaggio mafioso
Poi c’è l’altro fronte, quello ancora più inquietante.
Le imprese.
Le cronache hanno raccontato l’incendio che ha colpito la Sicily by Car a Villagrazia di Carini, con diverse auto in fiamme nel piazzale dell’azienda.
Se fosse confermata la pista dolosa, si tratterebbe dell’ennesimo grave episodio intimidatorio in pochi mesi, dopo i colpi di kalashnikov esplosi contro il deposito dell’azienda in via San Lorenzo.
Questo non è vandalismo.
Questo non è disagio giovanile.
Questo non è “movida degenerata”.
Questo è linguaggio criminale strutturato.
Quando si spara contro un’azienda e poi la si colpisce col fuoco, il messaggio è semplice: “qui comandiamo noi”.
E se lo Stato risponde dicendo “installeremo sessanta telecamere”, il messaggio che arriva dall’altra parte rischia di essere ancora più semplice: “accomodatevi, vi faremo trovare qualcosa da riprendere”.
Piantedosi e la sicurezza ridotta a ferramenta urbana
Le parole del ministro Piantedosi al question time sono arrivate con il solito corredo ministeriale: più risorse, più tutele, più stipendi alle forze di polizia, più investimenti tecnologici, più contrasto alla criminalità organizzata.
Poi, sul caso Palermo, l’annuncio: regolamentazione degli orari dei pubblici esercizi e installazione di ulteriori 60 telecamere nell’area urbana.
Benissimo la tecnologia.
Benissimo la videosorveglianza.
Benissimo tutto.
Ma qui il punto è un altro.
Chi guarda quelle telecamere?
Quanti uomini ci sono su strada?
Quante pattuglie presidiano davvero i quartieri caldi?
Quante indagini patrimoniali stanno seguendo i soldi delle gang?
Quante armi vengono sequestrate prima che sparino?
Quante aziende vengono protette prima che brucino?
Perché la telecamera è utile quando è dentro un sistema.
Se invece diventa la risposta politica a una città sotto attacco, allora non è sicurezza.
È scenografia.
È la versione ministeriale del “ci stiamo lavorando”.
Solo che qui non siamo davanti a una buca stradale.
Siamo davanti a una città in cui si spara.
La domanda vera: chi comanda oggi in certi pezzi di Palermo?
La questione non è se servano sessanta telecamere.
La questione è se lo Stato sia ancora percepito come più forte, più rapido e più temuto delle organizzazioni criminali.
Perché quando le sparatorie si moltiplicano, quando le aziende vengono intimidite, quando i quartieri vengono colonizzati da gruppi che regolano i conti in strada, il problema non è soltanto l’ordine pubblico.
È il controllo del territorio.
Ed è lì che lo Stato non può rispondere con il catalogo della videosorveglianza.
Deve rispondere con:
presenza permanente delle forze dell’ordine nei quartieri più esposti;
reparti investigativi dedicati alle gang urbane e alle loro connessioni mafiose;
sequestro sistematico di armi, motorini, basi logistiche e patrimoni sospetti;
protezione reale degli imprenditori colpiti da intimidazioni;
coordinamento serrato tra Prefettura, Procura, Comune, Regione e apparati investigativi;
interventi sociali nei quartieri dove la manovalanza criminale viene reclutata come fosse personale stagionale.
Il resto è arredamento urbano.
La politica del “mettiamo una telecamera”
Il punto più irritante è proprio questo.
La risposta tecnologica piace alla politica perché è facile da comunicare.
Una telecamera si inaugura.
Si fotografa.
Si annuncia.
Si conta.
Fa titolo.
Fa conferenza stampa.
Ma la sicurezza vera non si misura con il numero di obiettivi appesi sui muri.
Si misura con il numero di pistole tolte dalle mani sbagliate.
Con gli arresti.
Con le condanne.
Con le aziende che non vengono lasciate sole.
Con i quartieri che tornano a respirare.
Con i cittadini che non devono chiedersi se uscire la sera sia un atto di coraggio.
Sessanta telecamere non bastano contro chi spara allo Stato
Palermo non ha bisogno di una promessa da impianto di videosorveglianza.
Ha bisogno di uno Stato che torni a farsi vedere prima dei boss, prima delle gang, prima dei clan, prima dei ragazzini armati, prima degli incendi.
Perché dopo è troppo comodo.
Dopo restano i filmati.
Dopo restano le carcasse bruciate.
Dopo restano i bossoli.
Dopo restano i comunicati.
E dopo arriva il ministro a dire che arriveranno altre sessanta telecamere.
Davvero?
A Palermo non serve solo guardare meglio il crimine.
Serve fermarlo.
E possibilmente prima che sorrida all’obiettivo.










