
Comitati e residenti contestano impianti costosi, rumorosi e fragili: il diritto all’acqua affonda nella solita palude regionale.
La protesta parte da Alicudi e Filicudi, due nomi che evocano mare, silenzio, bellezza estrema.
E invece oggi raccontano un’altra Sicilia: quella in cui l’emergenza idrica viene affrontata piazzando impianti contestati proprio dove la fragilità del territorio dovrebbe imporre prudenza, ascolto e intelligenza.
Secondo quanto riportato dai comitati locali, il progetto riguarda la realizzazione di dissalatori nelle Eolie, con particolare tensione ad Alicudi, dove un comitato spontaneo raccoglierebbe circa 80 residenti su 100 contro l’impianto previsto sulla spiaggia.
Una proporzione che, in qualunque amministrazione normale, basterebbe almeno per fermarsi, convocare la comunità e spiegare.
Ma siamo in Sicilia.
Qui prima si decide.
Poi, se resta tempo, si comunica.
E se la gente protesta, pazienza: sarà colpa della gente.
L’acqua manca, ma la soluzione scelta puzza già di forzatura
Il punto non è negare la crisi idrica.
Il punto è capire se la risposta sia sensata.
Le Eolie hanno bisogno di acqua.
Questo è evidente.
Ma da qui a trasformare spiagge, approdi e piccoli equilibri ambientali in cantieri permanenti, il passo è lungo.
E soprattutto va spiegato.
Ad Alicudi, secondo il racconto dei residenti, l’impianto dovrebbe sorgere vicino alle abitazioni, in un tratto delicatissimo della costa.
Non si parla di una zona industriale.
Non si parla di un’area anonima.
Si parla di un’isola minuscola, senza strade, senza tecnici residenti, con collegamenti marittimi che in inverno possono diventare un terno al lotto.
E allora la domanda è semplice.
Chi gestirà davvero questi impianti quando qualcosa si romperà?
Chi garantirà manutenzione, reagenti, controlli, continuità?
Chi impedirà che l’ennesima “soluzione definitiva” diventi l’ennesimo monumento alla provvisorietà siciliana?
Il precedente di Vulcano: quando il dissalatore diventa un caso politico
La protesta cita anche il caso di Vulcano, dove il dissalatore è finito al centro di polemiche per i costi e per i rapporti economici con gli enti locali.
Secondo quanto riportato nell’articolo, Comune e Regione avrebbero già rifiutato di pagare la società sull’isola di Vulcano.
E questo, se confermato, non è un dettaglio tecnico.
È il cuore del problema.
Perché un sistema pubblico che non riesce a pagare, controllare o rendere efficiente un impianto già esistente, con quale credibilità ne annuncia altri?
La Regione siciliana, come spesso accade, sembra muoversi con la logica del “facciamo un’altra cosa”.
Non funziona questa?
Ne annunciamo quattro nuove.
C’è un contenzioso?
Lo copriamo con un comunicato.
I cittadini chiedono spiegazioni?
Li trattiamo come disturbatori del manovratore.
E invece la domanda resta lì, brutale: si stanno risolvendo i problemi o si stanno costruendo nuovi problemi pagati con soldi pubblici?
Alicudi non vuole diventare il laboratorio degli errori altrui
La vicenda di Alicudi ha una forza simbolica enorme.
Perché lì non si può barare con la retorica.
Lì tutto è visibile.
Se un impianto fa rumore, lo senti.
Se rovina un tratto di costa, lo vedi.
Se non funziona, non hai una strada alternativa per nascondere il guasto dietro una conferenza stampa.
Alicudi è piccola.
E proprio per questo smaschera la grande arroganza della burocrazia regionale.
Quella che arriva dall’alto con carte, scadenze, fondi PNRR e progetti già impacchettati.
Quella che pretende di “salvare” i territori senza prima ascoltarli.
Quella che considera le comunità locali un fastidio.
Ma in questo caso il fastidio ha preso forma.
Un comitato.
Un avvocato.
Un dossier.
Una protesta che mette in fila criticità ambientali, logistiche, economiche e gestionali.
E soprattutto una parola che in Sicilia fa sempre paura: responsabilità.
Il paradosso della Sicilia assetata che spreca acqua e fiducia
C’è poi il nodo più grande.
La Sicilia non ha soltanto un problema di acqua.
Ha un problema di reti colabrodo, programmazione tardiva, manutenzioni dimenticate, enti che si rimpallano competenze e governi che scoprono l’emergenza quando l’emergenza è già esplosa.
Così ogni crisi diventa una passerella.
Ogni soluzione diventa un appalto.
Ogni appalto diventa un caso.
E ogni comunità finisce per difendersi non dalla siccità, ma dalla cura proposta da chi avrebbe dovuto prevenirla.
Il dissalatore può essere una tecnologia utile.
Ma utile non significa automaticamente giusta.
Dipende da dove lo metti.
Da come lo gestisci.
Da chi lo paga.
Da chi lo controlla.
Da quale impatto produce.
E soprattutto da quale alternativa è stata valutata prima di imporlo.
Perché l’acqua è un diritto.
Non un alibi per calare dall’alto decisioni opache.
Schifani e il metodo del fatto compiuto
Il governo Schifani dovrebbe chiarire subito alcuni punti.
Quali studi ambientali sono stati fatti.
Quali alternative sono state valutate.
Quali costi di gestione sono previsti.
Chi pagherà manutenzione, reagenti, personale e continuità operativa.
Quale impatto avranno gli impianti sulle spiagge e sugli approdi.
E perché le comunità locali denunciano di non essere state realmente coinvolte.
Perché qui non siamo davanti a quattro nostalgici del panorama.
Siamo davanti a cittadini che chiedono una cosa elementare: non essere trattati come comparse nella sceneggiata dell’emergenza.
E quando 80 residenti su 100 si organizzano contro un’opera, liquidare la protesta come capriccio è politicamente miope.
O peggio.
È il solito vizio del potere siciliano: decidere senza convincere.
La vera emergenza è la credibilità
Alla fine, la domanda non riguarda soltanto Alicudi.
Riguarda tutta la Sicilia.
Possiamo permetterci un governo che affronta la crisi idrica con soluzioni contestate, fragili e poco spiegate?
Possiamo continuare a usare l’emergenza come scorciatoia per evitare confronto, trasparenza e responsabilità?
Possiamo accettare che i territori scoprano le opere quando ormai sono già decise?
La risposta dovrebbe essere no.
Ma in Sicilia il “no” dei cittadini spesso arriva solo quando il danno è già stato apparecchiato.
Questa volta, dalle Eolie, il segnale arriva prima.
Forte.
Chiaro.
E persino elegante nella sua semplicità.
Non basta dire “serve acqua” per giustificare qualunque cosa.
Serve acqua, certo.
Ma serve anche rispetto.
Serve competenza.
Serve manutenzione.
Serve trasparenza.
Serve un governo capace di ascoltare prima di imporre.
Altrimenti il dissalatore non sarà la soluzione alla sete.
Sarà solo l’ennesimo apparecchio piazzato sulla pelle dei territori.
E magari, come spesso accade da queste parti, destinato a funzionare benissimo solo nei comunicati stampa.










