
Palermo non è davanti a episodi isolati
Altro che rassicurazioni di circostanza.
Altro che annuncio di qualche telecamera in più da esibire al question time.
A Palermo siamo davanti a una sequenza criminale precisa, insistita, mafiosa: prima i colpi di kalashnikov, poi gli incendi, poi ancora il fuoco, ancora le intimidazioni, ancora la pressione sulle attività economiche.
E adesso si deve arrivare alla scorta a Tommaso Dragotto, dopo il terzo attacco contro Sicily By Car.
Segno evidente che lo Stato stesso considera la situazione non ordinaria.
La cronaca degli ultimi mesi è già un atto d'accusa
La cronaca degli ultimi mesi è già, da sola, una requisitoria.
A marzo il deposito di via San Lorenzo era stato preso di mira con una raffica di kalashnikov.
A fine maggio un altro rogo ha distrutto vetture nella sede di Villagrazia di Carini.
Il 9 giugno è toccato di nuovo a Palermo ovest: incendio alla pizzeria Ulisse di Tommaso Natale, già finita nel mirino il 7 maggio con una bottiglia di benzina.
Nella stessa notte un rogo ha colpito anche un chiosco in allestimento a Vergine Maria.
Già a metà maggio si parlava di sette intimidazioni nel Palermitano, con bottigliette di benzina lasciate davanti ad alcuni lidi di Isola delle Femmine e perfino adesivi con la cifra richiesta: 500 euro.
Non è microcriminalità: è controllo del territorio
Questa non è microcriminalità disordinata.
Questa è pressione territoriale.
È il racket che rialza la testa, testa i confini, misura le reazioni, saggia la tenuta psicologica di imprenditori e commercianti.
E infatti la Procura di Palermo lo ha scritto nero su bianco: l'11 giugno questura e carabinieri hanno eseguito otto fermi per mafia ed estorsioni per contrastare “nell’immediatezza” l’escalation criminale che, da novembre 2025, colpisce il territorio del mandamento mafioso di Tommaso Natale/San Lorenzo.
Non un’impressione giornalistica, dunque.
Una valutazione investigativa.
Piantedosi e la risposta che non basta
Eppure, appena due settimane fa, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, rispondendo alla Camera, aveva messo sul tavolo la ricetta ufficiale: regolamentazione degli orari dei pubblici esercizi, rafforzamento della videosorveglianza con ulteriori 60 telecamere, proroga delle zone rosse e controlli ad alto impatto.
Adesso lo stesso Piantedosi è atteso a Palermo per il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza.
PRATICAMENTE IL NULLA ASSOLUTO
Intanto dalla città cresce la richiesta di più agenti, più presidi e misure straordinarie.
E non è questione che può essere trattata, per di più in maniera così superficiale, dal ministro degli interni.
In casi così gravi e pericolosi è l'intero governo che deve impegnarsi e la stessa premier Giorgia Meloni a doverci mettere la faccia.
Le telecamere servono, ma non possono essere la risposta centrale
Sia chiaro: le telecamere servono.
Aiutano le indagini, documentano i movimenti, inchiodano gli esecutori.
Ma spacciarle per risposta sufficiente davanti a una città in cui si spara, si incendia, si intimidisce e si torna a parlare apertamente di pizzo è quasi offensivo.
Il punto non è l’utilità delle telecamere.
Il punto è la loro ridicola insufficienza se diventano il cuore del discorso politico mentre pezzi di Palermo vengono rimessi sotto pressione mafiosa.
Qui serve una bonifica vera del territorio
La verità è che qui non basta proteggere un imprenditore, pur giustamente finito sotto scorta.
Qui bisogna bonificare un territorio.
Non con slogan.
Non con passerelle.
Non con conferenze stampa.
Con un’offensiva straordinaria, continua, ossessiva, dentro la legge ma senza più alcuna timidezza.
Servono contingenti specializzati.
Servono pattugliamenti permanenti.
Servono perquisizioni diffuse e mirate autorizzate dall’autorità giudiziaria.
Servono controlli incrociati su armi, droga, ricettazione, abusivismo, scommesse, veicoli, flussi di denaro, attività commerciali, patrimoni e prestanome.
Bisogna rendere impossibile la quotidianità delle cosche.
Il racket è economia mafiosa, non folklore criminale
Perché il punto è proprio questo: il racket non vive di folklore criminale, ma di economia mafiosa.
A gennaio, a trentacinque anni dalla lettera di Libero Grassi al “caro estorsore”, all’Università di Palermo si tornava a discutere del fenomeno con Addiopizzo e studiosi del settore.
Il nodo è chiaro: il pizzo non è più soltanto paura, ma spesso anche sistema di scambi, convenienze e vantaggi dentro un tessuto economico e sociale malato.
Ed è esattamente per questo che le fiammate di queste settimane sono ancora più gravi.
Non sono solo minacce.
Sono messaggi di comando.
Il caso Dragotto riguarda tutta Palermo
Tommaso Dragotto ha detto di non avere mai ricevuto richieste estorsive e di non essersi mai piegato.
Bene.
Ma proprio questo rende la vicenda ancora più inquietante.
Se un marchio noto, strutturato, visibile, viene colpito tre volte in pochi mesi fino al punto da imporre la scorta al suo fondatore, che cosa devono pensare il ristoratore di quartiere, il titolare del lido, il commerciante isolato, chi apre la saracinesca sapendo di essere molto più esposto e molto meno protetto?
Il governo deve scatenare l'inferno dello Stato
Per questo il governo, se esiste, deve smettere di amministrare l’emergenza come se fosse una scocciatura da gestire con il linguaggio felpato delle prefetture.
A Palermo serve l’inferno dello Stato, non il tepore delle formule burocratiche.
Serve far capire che ogni attentato costerà ai clan dieci volte tanto in sequestri, arresti, perquisizioni a tappeto, controlli, verifiche e pressione investigativa.
Serve che chi vive di pizzo, violenza e intimidazione non trovi più un solo giorno tranquillo.
Il tempo è scaduto
Il resto — telecamere, tavoli, annunci, promesse, rassicurazioni — è contorno.
E in questo momento storico, a Palermo, il contorno rischia di diventare complicità per omissione.










