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Confimi Industria arriva in Sicilia, la rappresentanza degli imprenditori che può rompere il sonno comodo dei

2026-06-24 06:00

Pierluigi Di Rosa

Cronaca,

Confimi Industria arriva in Sicilia, la rappresentanza degli imprenditori che può rompere il sonno comodo dei salotti d’impresa

Una nuova voce per l’economia siciliana

antonello-mineo.jpeg

 

Un presidio autonomo può ridare voce produttiva a chi investe, assume e pretende regole chiare senza inchini di convenienza quotidiani veri.

Una nuova voce per l’economia siciliana

La nascita di Confimi Industria Sicilia è una buona notizia.

E lo è non soltanto per le imprese che vi aderiscono.

Lo è per un’intera regione che da troppo tempo assiste al teatrino stanco di una rappresentanza economica spesso più preoccupata di non disturbare il manovratore che di difendere davvero chi produce, assume, rischia, paga stipendi, tasse e bollette.

La Sicilia ha bisogno di nuove organizzazioni imprenditoriali.

Non per aggiungere un’altra sigla al già affollato condominio delle rappresentanze.

Ma per provare a rimettere in circolo ossigeno, autonomia, competenza e coraggio.

Perché il problema, diciamolo senza girarci attorno, non è la quantità delle associazioni.

È la qualità della loro voce.

E, soprattutto, la libertà con cui quella voce viene usata.

 

Nasce Confimi Industria Sicilia: Mineo presidente regionale

Confimi Industria Sicilia entra nella sua piena operatività con l’elezione all’unanimità di Antonello Mineo alla presidenza regionale.

Con lui sono stati eletti nella giunta regionale e nel consiglio Sandra Corpina, Massimiliano Di Maria, Antonino Ferraro, Alessandro Melillo e Livio Marrocco.

L’atto costitutivo è stato firmato a Palermo.

I soci fondatori sono venti.

Le imprese aderenti sviluppano un fatturato aggregato di circa 153 milioni di euro e rappresentano quasi 800 dipendenti: hanno una prateria da battere di imprenditori siciliani insoddisfatti da organizzazioni che organizzano solo catering e concerti di flauto.

A livello nazionale, Confimi Industria dichiara di rappresentare circa 45 mila imprese, 600 mila dipendenti e un fatturato aggregato vicino agli 85 miliardi di euro.

Numeri che non sono folklore da comunicato stampa.

Sono la fotografia di un mondo produttivo che pretende spazio.

E che, soprattutto in Sicilia, non può più restare ostaggio delle liturgie consunte della concertazione a perdere.

 

La promessa: una rappresentanza a chilometro zero

Mineo ha indicato una direzione chiara.

Le piccole e medie imprese siciliane non possono restare spettatrici delle decisioni che riguardano il loro futuro.

È un’affermazione semplice.

Ma in Sicilia, dove spesso l’impresa viene convocata a cose fatte per applaudire la passerella dell’assessore di turno, è quasi rivoluzionaria.

La formula della “rappresentanza a chilometro zero” può essere interessante se non resterà uno slogan.

Vuol dire meno burocrazia associativa, meno filtri, meno anticamere, meno riverenze.

Vuol dire costruire un rapporto diretto tra imprese, istituzioni, mercati, innovazione, credito, transizione energetica e digitalizzazione.

Soprattutto, vuol dire una cosa molto semplice: parlare quando serve parlare.

Anche quando chi governa preferirebbe il silenzio educato dei commensali già sazi.

 

La Sicilia produttiva non ha bisogno di figuranti

In Sicilia le piccole e medie imprese non chiedono carezze.

Chiedono infrastrutture funzionanti, tempi certi, credito accessibile, bandi comprensibili, energia a costi sostenibili.

Chiedono una pubblica amministrazione efficiente, che non sembri progettata per scoraggiare chi lavora.

Chiedono collegamenti decenti, porti efficienti, aeroporti gestiti con visione, aree industriali non ridotte a monumenti dell’abbandono.

Chiedono che la politica smetta di usare il mondo produttivo come fondale per fotografie.

E qui si gioca la vera partita di Confimi Industria Sicilia.

Non basterà esserci.

Bisognerà contare.

Non basterà sedersi ai tavoli.

Bisognerà evitare di diventare parte dell’arredamento.

Non basterà accompagnare le imprese nei percorsi di innovazione.

Bisognerà pretendere che la Regione, i Comuni, le partecipate, gli enti intermedi e le burocrazie facciano finalmente la loro parte.

Il nodo delle vecchie governance

Il panorama delle forze sociali siciliane ha urgente bisogno di essere svecchiato.

Non per una questione anagrafica.

La vecchiaia peggiore non è quella della carta d’identità.

È quella della postura.

È quella di chi ha confuso la rappresentanza con la permanenza.

È quella di chi ha trasformato le associazioni in salotti chiusi, corridoi di relazione, cinghie di trasmissione, parcheggi di potere.

Troppo spesso la Sicilia ha visto governance più attente a mantenere rapporti cordiali con il potere politico che a difendere fino in fondo i propri iscritti.

Troppo spesso il dissenso è stato anestetizzato.

Troppo spesso la critica è stata scambiata per maleducazione istituzionale.

Troppo spesso l’autonomia è stata sacrificata sull’altare dell’invito al convegno, della nomina nel comitato, della foto col presidente, della pacca sulla spalla e del buffet finale.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Imprese lasciate sole.
Territori industriali invecchiati.
Giovani competenze in fuga.
Bandi complicati.
Opportunità europee intercettate male.
Tavoli infiniti.
Risultati modesti.

E un ceto dirigente che sopravvive a ogni fallimento con la miracolosa capacità dei tappi di sughero: torna sempre a galla.

 

Il caso delle delle organizzazioni del Sud Est Sicilia totalmente succubi

E se serve un esempio concreto di questa inconcludenza, basta guardare a ciò che accade nel Sud Est della Sicilia.

Da oltre tre anni e mezzo la Camera di Commercio del Sud Est è commissariata.

Un’anomalia grave, che riguarda un ente che dovrebbe essere espressione diretta proprio delle organizzazioni datoriali.

Eppure, quelle stesse organizzazioni — da Confindustria a ConfCommercio — stanno subendo questa situazione in modo sostanzialmente passivo.

Non solo.

Stanno accettando che un commissario nominato dalla politica gestisca una partita strategica come la privatizzazione degli aeroporti di Catania e Comiso.

Una scelta che incide sul futuro economico di un intero territorio.

E che dovrebbe vedere protagoniste le imprese, non spettatrici silenziose.

Questo è il punto.

Quando la rappresentanza rinuncia al proprio ruolo, qualcun altro lo occupa.

E quasi mai lo fa nell’interesse pieno del sistema produttivo.

 

Una nuova sigla serve solo se porta nuova sostanza

Confimi Industria Sicilia può diventare un fatto positivo se saprà evitare il peccato originale di molte rappresentanze.

Nascere per cambiare e poi accomodarsi.

Partire dal basso e poi salire troppo in alto, fino a non sentire più il rumore delle officine, degli uffici tecnici, dei cantieri, dei laboratori, dei reparti produttivi.

Le aziende che aderiscono alla nuova associazione operano in settori diversi e strategici.

Efficienza energetica.
Trasformazione digitale.
Ingegneria.
Information technology.
Meccanica di precisione.
Progettazione europea.
Trattamento delle acque.
Medicina specialistica.
Fotovoltaico.
Consulenza tecnica e imprenditoriale.

Sono comparti che parlano il linguaggio del futuro.

 

Ma il futuro, in Sicilia, non arriva per decreto.

Va organizzato, difeso, finanziato.

Va liberato dalle incrostazioni di chi considera l’innovazione una parola elegante da infilare nei comunicati, possibilmente senza cambiare nulla.

 

La sfida: stare con le imprese, non con i palazzi

Una rappresentanza imprenditoriale moderna deve avere una bussola precisa.

Stare con chi produce valore, non con chi distribuisce promesse.

Stare con chi investe, non con chi inaugura.

Stare con chi assume, non con chi taglia nastri.

Stare con chi rischia capitale proprio, non con chi amministra consenso altrui.

Il giudizio su Confimi Industria Sicilia non si misurerà sulla cerimonia di nascita.

Si misurerà sui dossier, sulle battaglie, sulle parole coraggiose.

Sulla capacità di essere interlocutore serio delle istituzioni, ma non loro soprammobile.

 

Perché la Sicilia non ha bisogno di altre rappresentanze decorative.

Ha bisogno di corpi intermedi veri, competenti, autonomi e, quando serve, fastidiosi.

 

Una speranza concreta per cambiare il clima economico siciliano

L’elezione di Antonello Mineo può segnare l’avvio di un percorso utile se saprà interpretare una domanda che cresce dentro il tessuto produttivo siciliano.

La domanda di rappresentanza vera, di efficienza, di modernità.

La domanda di una Sicilia che non vuole vivere solo di lamenti, emergenze e rendite.

Le piccole e medie imprese sono spesso la parte più viva dell’economia regionale.

Ma sono anche la parte più esposta.

Soffrono i ritardi della pubblica amministrazione.

Soffrono la carenza di infrastrutture.

Soffrono il costo dell’energia.

Soffrono la difficoltà di trovare personale qualificato.

Soffrono la distanza tra i proclami della politica e la realtà quotidiana.

Una nuova organizzazione imprenditoriale può essere utile se saprà trasformare questa sofferenza in proposta, la proposta in pressione istituzionale, e la pressione in risultati concreti.

 

Adesso servono autonomia, competenza e coraggio

La nascita di Confimi Industria Sicilia va salutata con favore.

Ma anche con una pretesa.

Non diventate l’ennesima sigla educata.

Non fatevi addomesticare.

Non scambiate l’accesso ai palazzi con l’incidenza sulle scelte.

Non trasformate la rappresentanza in diplomazia permanente.

 

La Sicilia produttiva ha già pagato abbastanza il prezzo di classi dirigenti vecchie, stanche, contigue o semplicemente troppo prudenti.

Il mondo delle imprese ha bisogno di chi sappia dire sì quando serve.

Ma anche di chi sappia dire no quando è necessario.

 

Perché rappresentare non significa accompagnare il potere.

Significa controllarlo, stimolarlo, criticarlo, costringerlo a funzionare.

 

Se Confimi Industria Sicilia saprà fare questo, allora la sua nascita sarà davvero una buona notizia.

Non solo per i suoi iscritti.

Ma per una regione che ha disperato bisogno di uscire dalla palude dorata delle vecchie rendite e tornare a credere nella forza concreta di chi lavora.

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