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Timpazzo, la discarica pubblica che avvelena la fiducia dei siciliani e mette sotto accusa il governo Schifani

2026-06-25 06:00

Redazione

Cronaca,

Timpazzo, la discarica pubblica che avvelena la fiducia dei siciliani e mette sotto accusa il governo Schifani

Cinque arresti domiciliari tra cui la consulente del presidente Schifani.Una società pubblica in amministrazione giudiziaria.Oltre quaranta indagati.

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Arresti, sequestri e carte della Dda aprono un nuovo squarcio sul ciclo regionale: ora Palermo guardi a Bellolampo senza propaganda sterile.

 

Cinque arresti domiciliari tra cui la consulente del presidente Schifani.

Una società pubblica in amministrazione giudiziaria.

Oltre quaranta indagati.

 

Una discarica, quella di Timpazzo a Gela, descritta dagli inquirenti come il cuore marcio di un sistema che avrebbe dovuto gestire rifiuti e invece, secondo l’accusa, avrebbe prodotto illegalità, inquinamento e disastro amministrativo.

L’inchiesta si chiama “Pi-Greco”.

 

A condurla sono stati i carabinieri del Noe di Caltanissetta in Gela e del Reparto territoriale di Gela, coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta.

 

Il gip del Tribunale di Caltanissetta, Graziella Luparello, ha disposto misure cautelari per cinque componenti dei vertici e della struttura tecnica della società pubblica Impianti SRR ATO 4 Caltanissetta Provincia Sud srl, gestore della piattaforma integrata per i rifiuti non pericolosi di contrada Timpazzo.

Le accuse sono pesantissime.

 

Attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti, inquinamento ambientale e gestione non autorizzata di rifiuti.

Una roba da far tremare i palazzi della politica regionale, se solo certi palazzi non fossero ormai costruiti con materiale ignifugo alla vergogna.

 

La manager Picone e il nodo politico che imbarazza la Regione

Tra i destinatari della misura cautelare c’è Giovanna Picone, amministratrice della Impianti SRR.

Picone non è un nome qualunque nel sottobosco tecnico-amministrativo siciliano.

È stata consulente del presidente della Regione Siciliana Renato Schifani e si è dimessa dagli incarichi regionali gratuiti dopo l’avviso a comparire davanti al gip per l’interrogatorio di garanzia.

 

Naturalmente, come sempre, vale la presunzione di innocenza.

E vale per tutti gli indagati.

Ma la questione politica resta enorme.

 

Perché quando a finire dentro una inchiesta della Dda è il vertice di una società pubblica che gestisce un impianto strategico del ciclo dei rifiuti, non siamo davanti a una scivolata burocratica.

 

Siamo davanti a una crepa strutturale.

E quando quella figura ha avuto rapporti fiduciari con la presidenza della Regione, la domanda non è più soltanto giudiziaria.

 

Diventa politica.

Chi ha scelto?

Chi ha vigilato?

Chi ha controllato?

Chi ha lasciato che Timpazzo diventasse il terminale di una Sicilia incapace di governare i propri scarti senza trasformarli nell’ennesima emergenza permanente?

 

L’inchiesta: rifiuti interrati, trattamenti saltati e incendi

Secondo la ricostruzione investigativa, l’attività illecita sarebbe stata strutturata e continuativa.

Non un episodio.

Non una disattenzione.

Non la solita favoletta dell’errore umano da servire a telecamere spente.

 

I carabinieri hanno monitorato, tra agosto 2023 e aprile 2025, i flussi di conferimento e trattamento dei rifiuti nella piattaforma pubblica.

 

Lo hanno fatto con intercettazioni, videoriprese, osservazioni, pedinamenti, verifiche amministrative e acquisizioni documentali.

 

Il quadro accusatorio è devastante.

Nella vasca “E” della discarica sarebbero stati conferiti, movimentati e poi interrati enormi quantitativi di rifiuti solidi urbani indifferenziati senza i cicli di trattamento previsti.

 

Si parla di almeno 1.200 presunte operazioni illecite e di un quantitativo stimato tra 10 mila e 12 mila tonnellate.

Una montagna di rifiuti.

Una montagna di omissioni.

Una montagna di domande che ora non possono più essere sepolte sotto la sabbia insieme all’immondizia.

 

Secondo gli investigatori, anche i rifiuti organici provenienti dai comuni consorziati, che avrebbero dovuto essere trattati all’interno dell’impianto, sarebbero finiti spesso direttamente in discarica senza la preventiva stabilizzazione necessaria.

Con un effetto prevedibile.

Incendi.

Roghi.

Esalazioni.

Rischi ambientali.

 

E cittadini costretti ancora una volta a pagare il conto di una macchina pubblica che funziona benissimo solo quando deve produrre incarichi, poltrone e conferenze stampa.

 

Il sequestro della società e l’amministrazione giudiziaria

Il gip ha disposto anche il sequestro preventivo dell’azienda e delle quote sociali della Impianti SRR.

È stato nominato un commissario giudiziale per garantire la prosecuzione dell’attività dell’impianto.

Questo passaggio è fondamentale.

Perché racconta la gravità del quadro ipotizzato dagli inquirenti.

Non si interviene solo sulle persone.

Si interviene sulla struttura societaria.

La società pubblica viene messa sotto controllo giudiziario perché, secondo l’accusa, i reati sarebbero stati commessi dagli organi di vertice nell’interesse dell’ente, con presunti vantaggi economici derivanti dal risparmio sui costi di gestione e smaltimento.

Tradotto dal burocratese.

Se l’ipotesi accusatoria sarà confermata, il meccanismo sarebbe stato questo: meno trattamento, meno costi, più scorciatoie, più danni.

E il conto finale, come sempre, presentato all’ambiente e ai cittadini.

 

Da Gela a Palermo: perché Timpazzo riguarda anche Bellolampo

Qualcuno potrebbe pensare che questa sia una vicenda gelese.

Errore.

Questa è una vicenda siciliana.

E riguarda Palermo da vicino.

Perché la Regione continua a raccontare la favola salvifica dei termovalorizzatori, con due grandi poli previsti a Palermo, nell’area di Bellolampo, e a Catania, nell’area industriale.

 

Il presidente Schifani li presenta come il colpo di bacchetta magica che dovrebbe guarire decenni di incapacità, emergenze, ordinanze, discariche sature, differenziata zoppa e bollette pesanti.

 

Ma il caso Timpazzo pone una domanda brutale.

Se la Regione non riesce a garantire trasparenza, controllo e corretto funzionamento su un impianto pubblico già esistente, con quale credibilità pretende di concentrare quantità ancora più gigantesche di rifiuti in mega-impianti destinati a segnare i territori per decenni?

Il punto non è essere ideologicamente contro o a favore di un impianto.

Il punto è molto più semplice.

Chi controlla i controllori?

Chi garantisce che la gestione non diventi l’ennesimo bancomat politico, tecnico e societario?

Chi assicura che Palermo non si ritrovi domani a scoprire, quando sarà troppo tardi, ciò che oggi Gela scopre dentro le carte della Dda?

 

Di Paola attacca Schifani: “Sistema fallimentare”

Durissimo l’attacco del Movimento 5 Stelle.

Il coordinatore regionale M5S e vicepresidente dell’Ars, Nuccio Di Paola, parla di dettagli “agghiaccianti” e richiama l’immagine di una vera e propria “Terra dei Fuochi”.

Secondo Di Paola, la revoca immediata dei vertici societari da parte dell’assemblea dei sindaci è l’ennesimo atto d’accusa contro una gestione ormai indifendibile.

Ma il bersaglio vero è il governo regionale.

“La discarica di Timpazzo non avrebbe mai potuto funzionare”, sostiene Di Paola, perché sarebbe stata trasformata in pochissimo tempo nel centro nevralgico dei rifiuti siciliani.

Un imbuto.

Un collo di bottiglia.

Una pattumiera regionale travestita da pianificazione.

Per l’esponente M5S, il governo Schifani avrebbe calpestato il principio di prossimità, cioè l’idea elementare secondo cui i rifiuti dovrebbero muoversi il meno possibile dal luogo in cui vengono prodotti.

Invece la Sicilia continua a muovere camion, emergenze e responsabilità.

Tutto viaggia.

Tranne le soluzioni.

 

Il parallelo con gli inceneritori: due poli, stesso errore

Di Paola lega il caso Timpazzo alla strategia regionale sui termovalorizzatori.

Il ragionamento è lineare.

Se concentrare enormi quantità di rifiuti su Timpazzo ha prodotto collasso, caos gestionale e costi crescenti, perché replicare lo stesso modello con due grandi poli centralizzati?

Perché costringere i comuni siciliani a conferire verso poche piattaforme gigantesche, aumentando trasporti, dipendenze, rischi e tariffe?

La risposta, politicamente, è scomoda.

Perché la Sicilia non ha mai costruito un ciclo moderno dei rifiuti.

Ha costruito emergenze.

Ha costruito alibi.

Ha costruito annunci.

Ha costruito discariche travestite da soluzioni provvisorie e soluzioni definitive vendute come miracoli da slide.

La vera economia circolare, quella seria, richiederebbe impianti diffusi, raccolta differenziata vera, tracciabilità, controlli, responsabilità locali, trasparenza societaria e capacità amministrativa.

Cose complicate.

Molto più complicate di una conferenza stampa con rendering e sorrisi.

 

Il fallimento del modello emergenziale

Il caso Timpazzo è l’ennesima prova di una malattia cronica.

La Sicilia non governa i rifiuti.

Li rincorre.

Li sposta.

Li accumula.

Li seppellisce.

Poi, quando arrivano i carabinieri, la magistratura e le telecamere, scopre improvvisamente che il sistema era fragile, opaco, fuori controllo.

Che sorpresa.

Il problema è che nel frattempo i cittadini pagano.

Pagano tariffe spesso insopportabili.

Pagano servizi scadenti.

Pagano l’inquinamento.

Pagano il danno d’immagine.

Pagano la paura che dietro ogni cancello pubblico possa nascondersi una zona grigia.

E pagano pure la propaganda di chi ogni anno promette la svolta epocale, mentre la Sicilia resta inchiodata alla stessa domanda.

Dove vanno davvero i nostri rifiuti?

 

Le domande che ora Schifani non può evitare

Il presidente della Regione non può cavarsela con la solita formula di rito sulla fiducia nella magistratura.

Quella va bene.

Ma non basta.

Schifani deve spiegare quale controllo politico e amministrativo sia stato esercitato su Timpazzo.

Deve spiegare perché quell’impianto sia diventato così centrale nei flussi regionali.

Deve chiarire se il governo regionale abbia valutato i rischi di una concentrazione così pesante dei conferimenti.

Deve dire cosa intende fare adesso per evitare che Palermo e Catania diventino i prossimi campi di battaglia del rifiutificio siciliano.

E deve farlo in Aula, davanti ai siciliani, non in qualche comunicato lucidato dagli uffici stampa.

 

Palermo apra gli occhi prima che sia tardi

Per SudPalermo questa non è una notizia lontana.

È un avvertimento.

Bellolampo non è un nome tecnico.

È una ferita aperta nella storia ambientale della città.

Pensare di costruire lì uno dei due poli simbolo della nuova strategia regionale senza prima pretendere garanzie assolute su controlli, governance, trasparenza e responsabilità significa chiedere ai palermitani un atto di fede.

E gli atti di fede si fanno in chiesa.

Non sulle discariche.

Non sugli impianti.

Non sui rifiuti.

 

La Sicilia ha già dato troppo credito a un sistema che prometteva normalità e produceva emergenza.

 

Timpazzo oggi è un’inchiesta giudiziaria.

Domani potrebbe diventare una lezione politica.

A condizione che qualcuno abbia ancora la decenza di impararla.

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