Atti già pubblicati senza passaggio consultivo finiscono sotto tiro: contributi alle imprese e graduatorie ora rischiano ricorsi.
Il nodo: bandi pubblicati senza il parere preventivo del CGA
Il problema è semplice solo in apparenza.
Alcuni decreti-bando del governo regionale siciliano, emanati per dare attuazione a misure previste dalla Finanziaria, sarebbero stati pubblicati senza il parere preventivo del Consiglio di Giustizia Amministrativa.
Ed è qui che il pasticcio diventa istituzionale.
Secondo il rilievo del CGA, quei decreti non sarebbero semplici atti amministrativi qualunque.
Avrebbero invece natura sostanzialmente regolamentare, perché fissano criteri, condizioni, procedure e modalità di accesso ai contributi pubblici.
Tradotto: prima di essere emanati, dovevano passare dal vaglio consultivo del Consiglio di Giustizia Amministrativa.
Quel passaggio, a quanto emerge, non ci sarebbe stato.
E quando manca un parere obbligatorio, il rischio non è una sbavatura da ufficio.
È un vizio che può travolgere l’atto.
Il caso dei contributi alle imprese che assumono
Il caso più pesante riguarda uno dei bandi più attesi.
Si parla dei contributi alle imprese che assumono, una misura da circa 150 milioni di euro in tre anni.
Un intervento politicamente sensibile, vendibile come sostegno all’occupazione e alle aziende, ma ora finito dentro una palude giuridica.
Il punto nasce quando l’assessore regionale all’Economia, Alessandro Dagnino, chiede al CGA un parere sulla compatibilità del decreto-bando con le norme europee sugli aiuti di Stato.
In particolare, la Regione punta a non applicare alle imprese il meno favorevole regime de minimis.
Il CGA esamina la questione.
Ma nel farlo rileva un problema preliminare ben più grave.
Quel decreto-bando, secondo la lettura del Consiglio, aveva natura regolamentare.
Quindi avrebbe dovuto ottenere il parere prima della pubblicazione, non dopo e non su un aspetto limitato.
Perché il parere del CGA era necessario
La questione non è burocratica.
Non si tratta del solito timbro mancante.
Un bando regionale che stabilisce regole generali per distribuire denaro pubblico non è un atto neutro.
Decide chi può partecipare.
Decide quali requisiti contano.
Decide quali imprese possono accedere alle risorse.
Decide quali procedure governano la selezione.
Quando un atto ha questa portata generale e astratta, può assumere natura regolamentare.
E gli atti regolamentari della Regione, prima di essere emanati, devono passare dal controllo consultivo previsto dall’ordinamento.
Il CGA avrebbe quindi detto una cosa politicamente devastante: il governo regionale ha trattato come semplici atti amministrativi provvedimenti che, per sostanza, funzionano come regolamenti.
È la classica differenza tra etichetta e contenuto.
Puoi chiamarlo decreto, bando o avviso.
Ma se dentro ci metti regole generali, il problema giuridico resta.
Il rischio concreto: bandi impugnabili e graduatorie fragili
Attenzione al punto decisivo.
Il CGA non ha annullato automaticamente i bandi.
Ma ha segnalato un vizio che può renderli annullabili davanti a un giudice amministrativo.
Questo significa che ogni soggetto escluso, penalizzato o semplicemente interessato può usare quella falla per contestare l’intera procedura.
Il rischio è enorme.
Graduatorie sospese.
Ricorsi al TAR.
Finanziamenti bloccati.
Tempi allungati.
Imprese lasciate in attesa.
Soldi pubblici trasformati in materiale da contenzioso.
Il risultato politico è ancora più pesante.
Il governo annuncia misure per sostenere l’economia, ma poi rischia di farle inciampare su un passaggio giuridico che avrebbe dovuto essere blindato prima.
La norma “salva-bandi” di Dagnino
Per uscire dall’angolo, l’assessore Dagnino avrebbe presentato una norma di copertura.
La formula punta a stabilire che gli atti amministrativi adottati dal governo per attuare disposizioni di legge non hanno natura regolamentare, salvo che la legge lo preveda espressamente.
È il tentativo di mettere una toppa legislativa al buco aperto dal CGA.
Una toppa che dice, in sostanza: quei bandi non erano regolamenti, quindi non serviva il parere preventivo.
Ma qui il problema si sposta dal diritto alla politica.
Se serve una norma per dire oggi che quei bandi non erano regolamenti ieri, vuol dire che il rischio esiste.
E se il rischio esiste, la macchina amministrativa regionale non ha funzionato come avrebbe dovuto.
Il paradosso della Regione: prima pubblica, poi corre ai ripari
La scena è quasi didascalica.
La Regione pubblica i bandi.
Poi chiede un parere.
Il CGA rileva che quel parere doveva arrivare prima.
A quel punto l’assessore corre in Assemblea regionale per far approvare una norma che sterilizzi il problema.
Non proprio un manuale di buona amministrazione.
Qui non siamo davanti a una finezza da azzeccagarbugli.
Siamo davanti alla gestione di risorse pubbliche, contributi alle imprese, misure occupazionali e atti destinati a produrre effetti su centinaia o migliaia di soggetti.
Quando si distribuiscono soldi pubblici, la forma è sostanza.
E se la forma salta, anche la sostanza rischia di franare.
Cosa può accadere adesso
Le strade sono tre.
La prima è che l’Assemblea regionale approvi la norma proposta da Dagnino, provando a mettere in sicurezza gli atti già emanati.
La seconda è che i bandi vadano avanti, ma restino esposti ai ricorsi di chi si riterrà danneggiato.
La terza è che l’intera vicenda rallenti ulteriormente la manovra e scarichi sull’autunno un problema che il governo voleva chiudere prima della pausa estiva.
In ogni caso, il danno politico è già servito.
Perché il CGA ha acceso un faro su un metodo.
E quel metodo racconta una Regione che promette accelerazioni, ma poi rischia di inciampare sui fondamentali.
La domanda che resta
Chi ha valutato la natura giuridica dei decreti-bando prima della pubblicazione?
Chi ha deciso che non fosse necessario il parere preventivo del CGA?
Chi risponde del rischio di rendere vulnerabili misure da milioni di euro?
Sono domande semplici.
Proprio per questo fanno male.
Perché dietro il caso dei bandi non c’è solo una disputa tra uffici.
C’è il tema della qualità amministrativa del governo regionale.
E quando la macchina pubblica sbaglia i binari, a pagare non sono gli assessori.
Pagano le imprese.
Pagano i cittadini.
Pagano i contribuenti.
Conclusione: non è un tecnicismo, è un problema di governo
Il caso dei bandi bacchettati dal CGA è il ritratto di una Regione che corre, ma rischia di non sapere dove mette i piedi.
Il governo Schifani vuole accelerare la manovra.
L’assessore Dagnino tenta di salvare i finanziamenti a rischio.
Ma il punto politico resta lì, inchiodato al tavolo.
Se i bandi erano davvero atti di natura regolamentare, il parere preventivo andava chiesto prima.
Non dopo.
Non a mezzo servizio.
Non quando il problema è già esploso.
Perché con i soldi pubblici non si improvvisa.
E con i bandi regionali non si gioca alla roulette amministrativa.











