
Sovraffollamento, acqua a singhiozzo e organici ridotti: l’allarme del Garante Pino Apprendi travolge Pagliarelli e Ucciardone a Palermo.
La pioggia della notte non è bastata.
A Palermo, nelle carceri cittadine, l’aria resta pesante.
E non è solo una questione di meteo.
È una questione di diritti, di salute, di sicurezza e di una gestione penitenziaria che rischia di trasformare l’estate in una miccia accesa dentro istituti già al limite.
A lanciare l’allarme è Pino Apprendi, Garante per i diritti delle persone detenute del Comune di Palermo.
Il quadro che descrive è netto.
Al Pagliarelli, il sovraffollamento carcerario si è ormai stabilizzato attorno al 20% oltre la capienza regolamentare.
I detenuti sono 1.420, a fronte di una capienza di 1.176 posti.
Non un’emergenza improvvisa.
Una condizione diventata sistema.
Carceri di Palermo, il caldo scopre il fallimento
Il problema non è soltanto il numero delle persone recluse.
Il problema è cosa accade quando quel numero eccessivo viene chiuso dentro strutture fragili, vecchie nei problemi e lente nelle soluzioni.
Secondo Apprendi, il Pagliarelli è un istituto segnato da criticità croniche.
L’acqua non sarebbe garantita per tutte le 24 ore.
Non arriverebbe in contemporanea in tutte le sezioni e in tutti i piani.
In alcune aree, racconta il Garante, l’acqua potabile non uscirebbe nemmeno dai rubinetti.
Risultato?
Le persone detenute sarebbero costrette a comprare acqua minerale.
Dentro un carcere.
Nel 2026.
In estate.
Con temperature che possono trasformare una cella in una camera d’aria rovente.
Pagliarelli tra gelo d’inverno e caldo d’estate
La denuncia diventa ancora più dura quando Apprendi ricorda un paradosso quasi grottesco.
Il carcere si gelerebbe d’inverno per l’assenza di un impianto di riscaldamento realmente funzionante.
E questo nonostante, secondo quanto riferito, siano stati spesi anni fa 15 milioni di euro per realizzarlo.
D’estate, invece, si soffoca.
Perché nelle celle mancherebbero i ventilatori.
E qui arriva l’altro cortocircuito.
L’ultima circolare del DAP vieterebbe l’utilizzo di frigoriferi e ventilatori all’interno delle celle, consentendoli soltanto nei locali di socialità.
Tradotto in lingua normale: il caldo lo patisci dove passi più ore.
Il sollievo, eventualmente, arriva altrove.
Quando puoi andarci.
Se puoi andarci.
Se c’è personale sufficiente per accompagnarti.
Polizia penitenziaria sotto organico: il carcere si blocca
Il sovraffollamento non pesa solo sulle persone detenute.
Pesa anche sulla Polizia penitenziaria.
La carenza di organico, segnala ancora Apprendi, si aggrava proprio nel periodo estivo, quando scattano le ferie programmate.
Meno agenti significa meno attività.
Meno spostamenti interni.
Meno possibilità di garantire percorsi trattamentali, socialità, assistenza e gestione ordinata della vita detentiva.
In carcere ogni movimento richiede personale.
Ogni apertura, ogni trasferimento interno, ogni attività non è mai un gesto semplice.
È organizzazione.
È sicurezza.
È presenza dello Stato.
Quando lo Stato non ha abbastanza uomini e donne per gestire i suoi istituti, il carcere non rieduca.
Si limita a contenere.
E spesso contiene male.
Autolesionismo e suicidi: nelle celle sale la temperatura sociale
Il passaggio più inquietante riguarda il disagio psicologico.
Apprendi parla di numerosissimi casi di autolesionismo e di tentativi di suicidio.
Ricorda la notizia, arrivata pochi giorni fa, di un suicidio nel carcere di Termini Imerese.
Non è un dettaglio laterale.
È il segnale che nelle carceri siciliane la sofferenza non è un’astrazione da convegno.
È carne viva.
È cronaca.
È emergenza.
E se alla fragilità personale si sommano caldo, sovraffollamento, acqua insufficiente, attività ridotte e personale carente, la miscela diventa pericolosa.
Per i detenuti.
Per gli agenti.
Per l’intero sistema.
Il caso Enna e i numeri delle carceri siciliane
L’allarme non riguarda solo Palermo.
Da Enna arrivano già i primi segnali di tensione.
Lì il sovraffollamento sarebbe quasi al 30%.
I detenuti sono 214, a fronte di una capienza di 167 posti.
In tutta la Sicilia, secondo i dati richiamati dal Garante, le persone recluse sono 7.147.
Oltre 700 sarebbero in soprannumero.
Settecento persone oltre la soglia.
Settecento corpi in più dentro spazi che già faticano a reggere l’ordinario.
Settecento ragioni per smettere di chiamarla emergenza e cominciare a chiamarla responsabilità politica, amministrativa e istituzionale.
Serve un piano, non la solita indignazione a scadenza
Il punto indicato da Pino Apprendi è chiaro.
Serve un progetto serio per ridurre il sovraffollamento nelle carceri.
Non una pezza.
Non una circolare.
Non la rituale visita istituzionale con dichiarazione di circostanza.
Il sovraffollamento è una delle cause principali del disagio e del nervosismo nelle carceri.
Lo è per chi è detenuto.
Lo è per chi lavora negli istituti.
Lo è per chi dovrebbe garantire che la pena resti pena, e non degrado.
Perché una democrazia si misura anche da qui.
Da come tratta chi non può uscire.
Da quanta acqua garantisce.
Da quanta aria lascia respirare.
Da quanta umanità riesce a non perdere dietro le sbarre.
E oggi, nelle carceri siciliane, quell’umanità sembra pericolosamente sotto organico.










