
Da Palermo a Catania, famiglie allontanate, vigneti distrutti e mezzi aerei in azione: il sistema cede non appena soffiano caldo e scirocco.
Era tutto scritto nei calendari, nei bollettini meteorologici e persino nei comunicati trionfali della Regione Siciliana.
L’estate sarebbe arrivata.
Le temperature sarebbero aumentate.
Lo scirocco avrebbe cominciato a soffiare.
Le sterpaglie, i terreni abbandonati e le discariche abusive sarebbero diventati micce pronte a esplodere.
Eppure, ancora una volta, la Sicilia si è fatta trovare esattamente come ogni anno: vulnerabile, disordinata e costretta a inseguire le fiamme quando ormai sono arrivate davanti alle abitazioni.
Domenica 12 luglio 2026, da Palermo a Catania, passando per Siracusa, Belpasso, Mascalucia e Villafrati, decine di incendi hanno impegnato contemporaneamente Vigili del fuoco, Corpo forestale e Protezione civile.
Sono state evacuate abitazioni.
Sono stati danneggiati vigneti.
Gli elicotteri hanno effettuato continui lanci d’acqua.
Intere famiglie sono state costrette ad abbandonare le proprie case o a difenderle con mezzi di fortuna.
Non è stata una calamità imprevedibile.
È stato l’ennesimo capitolo di un’emergenza che in Sicilia ha smesso da tempo di essere straordinaria ed è diventata una drammatica consuetudine amministrativa.
Incendi a Catania: famiglie evacuate e cittadini lasciati con gli idranti
La situazione più grave si è registrata nella provincia di Catania.
Nel quartiere periferico di San Giovanni Galermo, le fiamme si sono avvicinate pericolosamente alle abitazioni, costringendo i carabinieri della stazione di Mascalucia a fare allontanare alcune famiglie.
Mentre il fronte avanzava, diversi residenti hanno cercato di proteggere abitazioni e automobili utilizzando gli idranti disponibili nelle proprie case.
Un cittadino ha raccontato di avere persino rotto il finestrino dell’automobile di un vicino per spostarla e sottrarla alle fiamme.
Non è l’immagine eroica che qualcuno potrebbe essere tentato di celebrare.
È l’immagine plastica di un fallimento.
Quando i cittadini devono trasformarsi in pompieri, significa che il sistema di protezione è già arrivato troppo tardi.
Un residente ha inoltre segnalato la presenza di una presunta discarica abusiva che, secondo la sua denuncia, prenderebbe fuoco sistematicamente durante le giornate di scirocco.
La circostanza dovrà naturalmente essere verificata dalle autorità competenti.
Ma proprio perché il problema sarebbe ricorrente, appare necessario accertare chi conoscesse quella situazione, quali controlli siano stati effettuati e perché l’area non sia stata preventivamente bonificata.
Belpasso, Passo Martino e Coda Volpe: il fronte si allarga
Nel pomeriggio un altro incendio è divampato lungo la Strada provinciale 56, nel territorio di Belpasso.
Le fiamme hanno danneggiato un vigneto e raggiunto le zone vicine ad alcune abitazioni.
Sul posto sono intervenuti Protezione civile, Vigili del fuoco e Corpo forestale.
A sud di Catania, altri due vasti fronti hanno interessato le contrade Passo Martino e Coda Volpe.
Le operazioni sono state rese più difficili dal vento e hanno richiesto anche l’intervento degli elicotteri della flotta regionale.
Fino alla tarda serata sono rimasti attivi altri incendi nei campi di sterpaglie del territorio di Mascalucia.
Nel Siracusano, a nord della città, un vasto rogo sviluppatosi in un terreno incolto è arrivato a minacciare alcune abitazioni.
Un’unica giornata ha dunque mostrato quanto rapidamente un incendio nato in un terreno trascurato possa trasformarsi in un’emergenza urbana, agricola e ambientale.
Palermo e Villafrati: 47 squadre in campo, 33 impegnate contro le fiamme
Anche il territorio di Palermo è stato sottoposto a una pressione enorme.
Dalle otto del mattino sono state impiegate complessivamente 47 squadre dei Vigili del fuoco.
Ben 33 squadre sono state destinate agli incendi.
Il fronte più impegnativo è stato quello di contrada Molinazzo, nel comune di Villafrati, dove una vasta area di vegetazione è stata avvolta dalle fiamme.
Sul posto è intervenuto il Direttore delle operazioni di spegnimento, mentre gli elicotteri Falco 1 e Falco 5 del Corpo forestale regionale hanno effettuato numerosi lanci d’acqua a sostegno delle squadre impegnate a terra.
Il dato delle 33 squadre concentrate sui roghi racconta da solo la dimensione del problema.
Significa sottrarre uomini e mezzi agli altri interventi urgenti.
Significa costringere il sistema di soccorso a lavorare costantemente sul limite.
Significa sapere che, mentre un’intera provincia brucia, qualsiasi altra emergenza rischia di trovare uomini già impegnati, mezzi lontani e tempi di risposta inevitabilmente più lunghi.
Lo scirocco non accende i fiammiferi
Le alte temperature e il vento di scirocco favoriscono la propagazione delle fiamme.
Questo è un fatto.
Ma lo scirocco non abbandona rifiuti nelle campagne.
Non lascia crescere sterpaglie alte un metro accanto alle case.
Non omette la pulizia dei terreni.
Non impedisce il controllo delle aree già segnalate come pericolose.
E, soprattutto, lo scirocco non accende i fiammiferi.
Le cause dei singoli incendi dovranno essere accertate dagli investigatori.
Potranno esserci episodi dolosi, comportamenti colposi, autocombustioni o inneschi accidentali.
Ma le condizioni capaci di trasformare un principio d’incendio in un inferno vengono costruite durante tutto l’anno attraverso l’incuria, l’abbandono e la mancata prevenzione.
In Sicilia si continua invece a parlare del caldo e del vento come se fossero due criminali appena sbarcati clandestinamente sull’Isola.
Il caldo di luglio non è una sorpresa.
Lo scirocco non è un evento eccezionale.
La vera anomalia è una pubblica amministrazione che, pur conoscendo perfettamente i rischi, continua a comportarsi come se ogni estate fosse la prima della storia.
La campagna antincendio 2026: numeri, annunci e domande senza risposta
Sulla carta, la macchina regionale avrebbe dovuto essere pronta.
La stagione antincendio boschivo del 2026 è stata ufficialmente fissata dal 15 maggio al 31 ottobre.
A maggio la Regione aveva annunciato sette esercitazioni, il coinvolgimento di oltre 1.400 operatori, l’impiego di 320 mezzi e la formazione di 1.200 volontari.
Secondo i dati diffusi dalla stessa amministrazione, l’ingresso di 640 nuovi volontari avrebbe portato il contingente complessivo disponibile a oltre 2.100 unità.
Il 29 maggio la Regione aveva inoltre presentato la convenzione con il Corpo nazionale dei Vigili del fuoco, finanziata con quasi 3,5 milioni di euro.
Il dispositivo aggiuntivo prevedeva cinque presidi rurali, ciascuno composto da cinque unità e attivo dalle 8 alle 20, nelle zone di Cammarata, Ragalna, Santo Stefano di Camastra, Montemaggiore Belsito e Custonaci.
Dal 24 giugno al 13 settembre sarebbero state operative anche dodici squadre aggiuntive distribuite nei comandi provinciali siciliani.
Numeri importanti.
Comunicati rassicuranti.
Dichiarazioni solenni sulla maggiore presenza nel territorio, sul coordinamento e sulla rapidità degli interventi.
Poi arriva il 12 luglio e a San Giovanni Galermo sono i residenti a impugnare gli idranti domestici.
A quel punto la domanda non è se gli operatori abbiano lavorato duramente.
Lo hanno fatto, spesso in condizioni estreme, e meritano rispetto.
La domanda è se l’organizzazione complessiva sia davvero adeguata a una regione vasta, fragile e sottoposta contemporaneamente a decine di incendi.
Perché l’efficienza non si misura dal numero di comunicati pubblicati prima dell’estate.
Si misura dal numero di incendi evitati, circoscritti rapidamente o impediti prima che raggiungano le case.
Il paradosso del Piano regionale fermo al triennio 2023-2025
C’è poi un dettaglio istituzionale che merita una spiegazione immediata.
La pagina ufficiale della Regione Siciliana dedicata al Piano antincendio boschivo, aggiornata il 27 maggio 2026, indica ancora come documento principale il Piano regionale AIB 2023-2025, aggiornato nel dicembre 2025.
Nella stessa pagina vengono pubblicati allegati provinciali riferiti prevalentemente al 2024 e procedure operative risalenti anche ad anni precedenti.
Questo non significa automaticamente che la campagna 2026 sia priva di disposizioni operative.
Significa però che il portale istituzionale, consultato nel pieno della stagione antincendio 2026, non rende immediatamente visibile un nuovo piano triennale 2026-2028.
La Regione Siciliana dovrebbe chiarire se quel piano esista, quando sia stato approvato, dove sia pubblicato e quali aggiornamenti contenga rispetto alle nuove condizioni climatiche e territoriali.
Perché la trasparenza non è un esercizio ornamentale.
È parte integrante della prevenzione.
Consente ai cittadini, ai sindaci, alle associazioni e agli organi di informazione di comprendere quali aree siano considerate a rischio, quali risorse siano state assegnate e chi debba rispondere in caso di omissioni.
La prevenzione non si fa con i comunicati stampa
La prevenzione vera comincia in inverno.
Comincia con la mappatura delle zone dove gli incendi si ripetono.
Continua con la rimozione delle discariche abusive, la pulizia delle scarpate, la manutenzione delle strade rurali e la realizzazione delle fasce tagliafuoco.
Richiede controlli sui proprietari dei terreni incolti.
Richiede ordinanze comunali applicate e non semplicemente pubblicate negli albi pretori.
Richiede sanzioni.
Richiede sorveglianza.
Richiede una rete di telecamere, droni, sensori e pattuglie nelle aree dove gli inneschi si verificano con maggiore frequenza.
Richiede soprattutto una catena di responsabilità chiara.
Non può accadere che, quando arriva il fuoco, tutti invochino lo scirocco e nessuno sappia spiegare chi avrebbe dovuto pulire, controllare, bonificare o intervenire prima.
La Regione, i Comuni e gli enti territoriali devono rendere pubblici i risultati delle attività preventive.
Quanti chilometri di viali tagliafuoco sono stati realizzati?
Quante discariche abusive sono state individuate e rimosse?
Quanti proprietari sono stati diffidati?
Quante sanzioni sono state elevate?
Quanti mezzi erano realmente operativi il 12 luglio?
Quante squadre erano presenti nei territori maggiormente esposti?
Senza queste risposte, la prevenzione rimane una parola da conferenza stampa.
Le domande che la Regione deve smettere di evitare
Il presidente della Regione Renato Schifani, l’assessore regionale al Territorio e all’Ambiente Giusi Savarino, il comando del Corpo forestale, la Protezione civile regionale e le amministrazioni comunali coinvolte dovrebbero pubblicare un resoconto dettagliato della giornata.
Non una dichiarazione autocelebrativa sul grande lavoro degli operatori.
Quello è evidente e nessuno lo mette in discussione.
Serve sapere quanto tempo sia trascorso tra le prime segnalazioni e l’arrivo delle squadre.
Serve conoscere quali aree fossero già state classificate a rischio.
Serve sapere se i terreni interessati fossero stati preventivamente controllati.
Serve capire se le discariche e gli accumuli di sterpaglie fossero già stati segnalati.
Serve spiegare perché, nonostante una campagna dichiarata pienamente operativa da metà maggio, a metà luglio le fiamme riescano ancora a raggiungere le porte delle abitazioni.
Le responsabilità penali spettano alla magistratura.
Quelle politiche e amministrative, invece, devono essere individuate pubblicamente e immediatamente.
Ogni estate la stessa emergenza, ogni autunno lo stesso silenzio
Il copione è ormai insopportabile.
A luglio e agosto la Sicilia brucia.
Le istituzioni parlano di condizioni eccezionali.
I soccorritori lavorano senza sosta.
I cittadini scappano dalle case.
Gli agricoltori contano i danni.
La politica promette verifiche e potenziamenti.
Poi arrivano le prime piogge.
Le telecamere si spengono.
Le dichiarazioni cessano.
E tutto viene dimenticato fino all’estate successiva.
Non è più accettabile.
Gli incendi in Sicilia non possono continuare a essere trattati come una fatalità stagionale.
Sono un problema strutturale di sicurezza pubblica, tutela ambientale, organizzazione amministrativa e governo del territorio.
La Regione deve smetterla di limitarsi a spegnere le fiamme.
Deve impedire che divampino.
Perché quando il fuoco entra nei quartieri e costringe le famiglie ad abbandonare le proprie abitazioni, non sta bruciando soltanto la vegetazione.
Sta bruciando la credibilità di chi aveva il dovere di arrivare prima.










