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Palermo reagisce al ricatto della mala: ordini dal carcere per colpi di Kalashnikov e incendi ma i Carabinieri

2026-07-14 06:00

Pierluigi Di Rosa

Comune,

Palermo reagisce al ricatto della mala: ordini dal carcere per colpi di Kalashnikov e incendi ma i Carabinieri gli fanno passare la spacconeria

La banda dei Kalashnikov e i fermi scattati a Palermo.

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Ventiquattro fermati, roghi pagati poche centinaia di euro e cinquanta attività nel mirino: lo Stato insegue la rete cresciuta nel silenzio.

 

Questa non è l’ennesima pagina di cronaca nera da leggere, commentare con indignazione e dimenticare dopo qualche ora.

 

È il racconto di una Palermo trasformata in un mercato della paura, dove incendiare un deposito costava 400 euro, rubare un’automobile da utilizzare per un attentato ne valeva 200 e sparare con un’arma da guerra serviva a ricordare a commercianti e imprenditori chi comandava.

 

Secondo l’inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, gli ordini sarebbero partiti persino dal carcere.

Un telefono introdotto illegalmente in cella sarebbe bastato a collegare il presunto vertice della rete criminale con la manovalanza dello Zen e della Marinella.

Il risultato sarebbe stato un sistema fatto di pizzo, incendi, bottiglie di benzina, teste di capretto, minacce ai familiari e raffiche di Kalashnikov.

 

La banda dei Kalashnikov e i fermi scattati a Palermo

L’operazione dei carabinieri ha inizialmente coinvolto 22 persone, sette delle quali già detenute per altri procedimenti.

Il primo gruppo di undici persone è stato indicato dagli investigatori come coinvolto negli attentati, nei danneggiamenti e nelle richieste estorsive.

Un secondo filone riguarda invece il traffico di sostanze stupefacenti, con alcuni nomi presenti in entrambe le parti dell’indagine.

 

L’inchiesta è stata coordinata dal procuratore Maurizio de Lucia, dall’aggiunto Vito Di Giorgio e dai sostituti Giovanni Antoci e Andrea Fusco.

Le contestazioni comprendono, a vario titolo, associazione mafiosa, estorsione e tentata estorsione, detenzione illegale di armi da guerra, danneggiamento e reati connessi al traffico di droga.

Le posizioni degli indagati dovranno naturalmente essere valutate dall’autorità giudiziaria nelle successive fasi del procedimento.

 

Salvatore Verga e gli ordini impartiti dal carcere

Al centro dell’impianto accusatorio c’è Salvatore Verga, 35 anni, già detenuto per droga nel carcere di Trani.

Secondo gli investigatori, sarebbe stato lui a commissionare i raid contro imprenditori e commercianti, impartendo indicazioni attraverso uno smartphone detenuto illegalmente all'interno della sua cella.

I messaggi sarebbero stati ricevuti e trasformati in ordini operativi da Matteo Salamone e Rosario Piazza, considerati dagli inquirenti gli intermediari fra il carcere e i giovani reclutati nei quartieri dello Zen e della Marinella.

 

Non semplici bravate di strada, dunque.

Non schegge impazzite senza una direzione.

Ma, secondo l’accusa, una catena di comando riconoscibile, con ruoli, incarichi, obiettivi e compensi.

Verga, arrestato già nel 2019 nell’ambito di un’indagine sul mandamento mafioso di San Lorenzo, avrebbe acquisito negli anni una posizione tale da poter impartire ordini dall’interno di un istituto penitenziario.

Resta ancora da chiarire se sopra di lui vi fosse un livello criminale più elevato e se le sue disposizioni fossero autonome oppure autorizzate da figure di maggiore peso mafioso.

 

Il primo fallimento è dietro le sbarre

Il particolare più inquietante non è soltanto che un detenuto potesse disporre di un telefono.

È che, secondo la ricostruzione investigativa, attraverso quel dispositivo avrebbe potuto dirigere intimidazioni, concordare pagamenti, controllare l’esecuzione degli attentati e ricevere fotografie e video dei danni provocati.

Il carcere, che avrebbe dovuto interrompere i collegamenti criminali, sarebbe diventato una sorta di centrale operativa.

Un ufficio clandestino con le sbarre alle finestre e WhatsApp al posto del citofono.

Ed è difficile parlare di vittoria dello Stato senza domandarsi come sia stato possibile lasciare aperto per tanto tempo un simile canale di comando.

 

Il libro mastro del pizzo con cinquanta nomi

L’11 giugno i carabinieri hanno perquisito la cella di Salvatore Verga.

Avrebbero trovato due smartphone e un appunto scritto a mano con circa cinquanta nominativi e diverse cifre.

Per gli investigatori sarebbe stato il vero e proprio libro mastro del racket, una mappa delle attività economiche da avvicinare, intimidire e costringere a pagare.

L’ordine sarebbe stato quello di procedere “a tappeto”.

Negozi, ristoranti, distributori di carburante e altre imprese sarebbero finite nell’elenco degli obiettivi fra Zen, Marinella, Tommaso Natale, Sferracavallo, Capaci e Carini.

 

Spetterà alla Procura stabilire quante vittime abbiano effettivamente pagato, quante abbiano resistito e quante non siano ancora riuscite a trovare la forza di denunciare.

Almeno due commercianti hanno raccontato agli investigatori di avere consegnato denaro agli estorsori.

Ma il numero reale delle vittime potrebbe essere molto più elevato.

 

La richiesta di 5 mila euro e la minaccia di rapire una bambina

Uno degli imprenditori ascoltati dagli inquirenti ha riferito di avere ricevuto una prima richiesta di 5 mila euro, successivamente ridotta a 3 mila.

La somma sarebbe stata pagata in due rate.

Gli emissari gli avrebbero intimato di “mettersi a posto”, ricordandogli ciò che stava accadendo ad altri commercianti.

Non si sarebbero limitati a minacciare lui.

Avrebbero tirato in ballo i familiari e prospettato persino il rapimento della nipote.

La violenza mafiosa non aveva dunque soltanto l’obiettivo di ottenere denaro.

Doveva entrare nelle case, contaminare i rapporti familiari e trasformare ogni saracinesca alzata in un rischio per i figli e i parenti.

È questa la vera contabilità del racket.

Non i soldi incassati, ma la libertà sottratta a chi lavora.

 

“Brucia tutto”: gli attentati raccontati nelle chat

Le intercettazioni ricostruiscono una grammatica criminale brutale e quasi infantile.

Il 26 maggio Verga avrebbe ordinato a Rosario Piazza di prendere chi voleva, purché venisse incendiato tutto e uscissero i soldi.

Al messaggio sarebbe stata aggiunta l’emoticon di una faccina sorridente.

Poche ore dopo, Piazza avrebbe comunicato di avere raggiunto lo Zen e di avere dato fuoco al deposito della Sicily by Car in via San Lorenzo.

Il 23 maggio, in un’altra conversazione, sarebbe comparsa una testa di capretto destinata al titolare di un distributore di carburante.

Si sarebbe discusso anche dell’ipotesi di fare esplodere una bombola per provocare un danno ancora più grave.

Il 3 giugno sarebbe stato incendiato un autolavaggio in via Lanza di Scale.

Il 9 giugno la lista degli obiettivi avrebbe incluso Lidl, Mec, Sicily by Car e altre attività da raggiungere con bottiglie di benzina.

Poco dopo fu presa di mira la pizzeria Ulisse a Tommaso Natale.

 

L’incendio come messaggio pubblicitario della mafia

Non serviva distruggere completamente un’attività.

Bastava far vedere che si poteva farlo.

La bottiglia incendiaria davanti a una saracinesca era un volantino.

La testa di animale era una raccomandata.

La raffica di mitra era la firma in calce.

Il linguaggio era primitivo, ma il messaggio chiarissimo: pagate oppure il prossimo danno sarà peggiore.

 

Quattrocento euro per incendiare il deposito di Sicily by Car

Dalle intercettazioni emerge anche il tariffario della violenza.

Per l’incendio del distributore Eni di Capaci sarebbero stati corrisposti 400 euro a Gian Mattia Celestino e 100 euro all’accompagnatore.

Per l’incendio della sede di vendita di automobili usate della Sicily by Car, a Villagrazia di Carini, sarebbero stati promessi 400 euro ciascuno a Rosario Piazza e Baldassare Rizzuto.

Chi procurava un’automobile rubata da utilizzare nell’attentato avrebbe ricevuto 200 euro.

Cifre misere, sulle quali gli stessi esecutori avrebbero persino discusso perché considerate insufficienti.

Il terrore di un’impresa, il lavoro di decine di dipendenti e la sicurezza di intere famiglie venivano così messi a rischio per poche centinaia di euro.

La mafia si conferma ciò che è sempre stata: una macchina capace di trasformare il disagio, l’ignoranza e la fame di denaro in manodopera criminale a basso costo.

 

Gli incendi contro Sicily by Car e l’attacco all’economia

I depositi della Sicily by Car di via San Lorenzo e Villagrazia di Carini sono diventati alcuni dei bersagli più evidenti della strategia intimidatoria.

Decine di automobili sono state distrutte o danneggiate.

Colpire un’azienda di autonoleggio significa però colpire molto più di un piazzale pieno di vetture.

Significa attaccare un’impresa, i lavoratori, i fornitori, i clienti e l’immagine di un territorio che vive anche di turismo e mobilità.

La mafia non cerca soltanto il denaro del pizzo.

Cerca di dimostrare che nessuna dimensione economica è abbastanza grande da potersi considerare al sicuro.

È il principio del dominio: se posso incendiare un grande deposito, posso terrorizzare anche il piccolo commerciante all’angolo della strada.

 

Meloni a Palermo: controlli straordinari e ipotesi Esercito

Nel pomeriggio del 13 luglio, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha raggiunto Palermo insieme al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e al ministro della Giustizia Carlo Nordio.

Prima del vertice in Prefettura, la premier ha reso omaggio alla stele dedicata a Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e agli agenti della scorta nel luogo della strage di Capaci.

Durante il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, Meloni ha annunciato la necessità di avviare un’operazione straordinaria di controllo e un presidio fisso nei quartieri considerati più esposti, a partire dallo Zen.

Il presidio potrebbe coinvolgere le forze di polizia e, qualora ritenuto necessario, anche l’Esercito nell’ambito di operazioni congiunte.

La presidente del Consiglio ha inoltre prospettato possibili modifiche alle norme che regolano l’operazione Strade Sicure.

 

Novanta agenti, altri sei milioni e nuove telecamere

Il governo ha ricordato l’assegnazione di 90 agenti aggiuntivi per il controllo del territorio.

Queste unità si sommerebbero alle 850 destinate all’area palermitana dal 2025.

Ai 9 milioni di euro già assegnati a Palermo e ai comuni dell’area metropolitana dovrebbero aggiungersi ulteriori 6 milioni, destinati alla sicurezza urbana e al potenziamento dei presidi.

È stata annunciata anche una sperimentazione di sistemi di videosorveglianza gestiti direttamente dalla Squadra mobile nelle zone più esposte.

Dal 2023 sarebbero state realizzate 118 operazioni ad alto impatto, con l’impiego complessivo di tremila unità delle forze di polizia.

Sarebbero state controllate oltre 14 mila persone, diventate circa 45 mila considerando le verifiche effettuate nelle cosiddette zone rosse.

 

Tanti numeri, ma la mafia continuava a impartire ordini

I numeri servono.

Ma non possono diventare la tenda dietro cui nascondere le domande.

Se sono state effettuate 118 operazioni ad alto impatto, se sono arrivate centinaia di unità aggiuntive e se decine di migliaia di persone sono state controllate, come ha potuto una rete criminale continuare a incendiare attività e imporre il pizzo?

Come ha potuto un detenuto mantenere un telefono, coordinare i raid e ricevere aggiornamenti sull’esito degli attentati?

Come è possibile che commercianti e imprenditori siano stati lasciati per mesi davanti alla scelta fra pagare e rischiare di vedere bruciare il proprio lavoro?

L’Esercito può presidiare una strada.

Non può impedire da solo che uno smartphone entri in carcere.

Non può sostituire gli investigatori che devono ricostruire i flussi finanziari.

Non può convincere una vittima a denunciare quando quella vittima teme di rimanere sola il giorno successivo.

E non può riempire il vuoto sociale, educativo ed economico nel quale la mafia recluta ragazzi disposti a incendiare un’impresa per 400 euro.

 

Palermo non ha bisogno soltanto di uniformi

La presenza dello Stato deve essere visibile, continuativa e credibile.

Ma non può ridursi alla fotografia del blindato, alla conferenza stampa dopo il blitz o alla pattuglia inviata per qualche settimana.

Servono controlli efficaci nelle carceri.

Servono protezione concreta e sostegno economico alle vittime del racket.

Servono investigazioni patrimoniali, sequestri, confische e restituzioni rapide dei beni alla comunità.

Servono scuole aperte, servizi sociali, impianti sportivi, formazione e lavoro vero nelle periferie.

E serve soprattutto una risposta politica che non arrivi soltanto quando le raffiche di Kalashnikov diventano troppo rumorose per essere ignorate.

Perché la sicurezza non si misura dal numero delle persone identificate in una notte.

Si misura dal numero di commercianti che possono alzare la saracinesca senza chiedersi chi verrà a bussare.

 

La sfida decisiva è rompere il silenzio

L’operazione dei carabinieri è una risposta importante.

Ma l’inchiesta non è conclusa.

Il libro mastro avrebbe contenuto decine di nomi e non tutti i destinatari delle richieste estorsive avrebbero denunciato.

Qualcuno potrebbe avere pagato.

Qualcun altro potrebbe ancora aspettare la visita degli esattori.

La comunità deve stringersi intorno a chi trova il coraggio di parlare, senza retorica e senza abbandonarlo dopo le dichiarazioni pubbliche.

 

Palermo non può essere lasciata sola fra il racket e l’Esercito.

Deve essere liberata con indagini, presenza quotidiana, giustizia sociale e una politica capace finalmente di arrivare prima degli incendi.

Le accuse riportate rappresentano l’ipotesi della Procura e dovranno essere verificate nel processo.

Tutte le persone coinvolte devono essere considerate innocenti fino a un’eventuale sentenza definitiva di condanna.

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