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Desertificazione bancaria. La Sicilia lasciata alla porta: oltre 900 mila persone vivono senza filiali o con u

2026-08-08 06:00

Pierluigi Di Rosa

Cronaca,

Desertificazione bancaria. La Sicilia lasciata alla porta: oltre 900 mila persone vivono senza filiali o con un solo sportello

Imprese, anziani e piccole comunità rimangono isolate: First Cisl chiede alla Regione l’Osservatorio permanente sull’esclusione finanziaria.

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Imprese, anziani e piccole comunità rimangono isolate: First Cisl chiede alla Regione l’Osservatorio permanente sull’esclusione finanziaria.

 

In Sicilia la desertificazione bancaria non è più una tendenza da osservare, ma un’emergenza sociale ed economica da affrontare.

 

Al 30 giugno 2026, 379.579 siciliani vivono in comuni completamente privi di filiali, mentre altri 534.635 possono contare su un solo sportello bancario.

Complessivamente sono 914.214 le persone esposte all’assenza o all’estrema fragilità dei servizi bancari territoriali.

È quasi un milione di cittadini.

Dietro la freddezza delle statistiche ci sono anziani costretti a spostarsi, famiglie in difficoltà, piccoli imprenditori senza assistenza e intere comunità accompagnate lentamente verso l’isolamento.

 

La grande ritirata delle banche dalla Sicilia

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I dati elaborati dalla Fondazione Fiba di First Cisl, sulla base delle rilevazioni di Banca d’Italia e Istat, fotografano una ritirata che negli ultimi anni ha assunto dimensioni impressionanti.

Dei quasi 380 mila siciliani residenti in comuni senza banche, 98.168 vivevano già nel 2015 in territori privi di sportelli.

Altri 281.411 cittadini hanno invece visto scomparire l’ultima filiale dal proprio comune proprio negli ultimi undici anni.

Tre cittadini su quattro tra quelli oggi completamente esclusi dalla presenza bancaria territoriale hanno dunque perso il servizio dal 2015 a oggi.

Una trasformazione avvenuta spesso nel silenzio delle istituzioni, come se la chiusura dell’ultima banca fosse una semplice scelta aziendale e non l’impoverimento di un’intera comunità.

 

Il 39 per cento dei comuni non ha neppure una filiale

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La fotografia dei comuni siciliani è ancora più eloquente.

Il 39 per cento dei municipi dell’Isola non dispone di alcuno sportello bancario.

Il 18 per cento era già privo di filiali nel 2015, mentre un ulteriore 21 per cento è stato abbandonato successivamente.

Un altro 25 per cento dei comuni può contare su un solo sportello.

Significa che quasi due comuni siciliani su tre sono senza banche oppure dipendono dalla sopravvivenza di un’unica filiale.

Soltanto il 36 per cento dispone di più sportelli.

La desertificazione assoluta interessa ormai il 20 per cento della superficie regionale, mentre un altro 20 per cento del territorio può contare su una sola presenza bancaria.

 

Ventimila imprese tagliate fuori dai servizi

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A pagare il conto non sono soltanto le famiglie.

Sono 19.792 le imprese siciliane con sede in comuni completamente privi di banche, cifra arrotondata nel report a circa 20 mila.

Di queste, 15.080 hanno visto scomparire l’ultima filiale dal proprio territorio dopo il 2015, mentre 4.712 operavano già in comuni senza sportelli.

Altre 28.884 imprese possono utilizzare una sola filiale bancaria.

In una regione già penalizzata dalla distanza dai mercati, dalle carenze infrastrutturali e dalla debolezza dei servizi, la ritirata delle banche aggiunge un altro ostacolo alla sopravvivenza delle attività economiche.

Per un’impresa, la filiale non significa soltanto prelevare o versare denaro.

Significa ottenere consulenza, discutere un affidamento, gestire la liquidità, presentare un progetto e costruire un rapporto con chi dovrebbe conoscere il tessuto produttivo locale.

Ridurre tutto a un’applicazione sul telefono significa ignorare deliberatamente la realtà delle piccole aziende siciliane.

 

Internet banking, l’alibi digitale che non regge

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La Sicilia conta appena 21 sportelli ogni 100 mila abitanti, contro una media nazionale di 32.

È la terza peggiore situazione italiana, davanti soltanto a Campania, con 17 sportelli, e Calabria, con 16.

La compensazione digitale evocata dalle banche, inoltre, si scontra con un dato altrettanto pesante.

Soltanto il 44 per cento della popolazione siciliana utilizza l’internet banking, percentuale tra le più basse d’Italia, a pari merito con il Molise e superiore soltanto a Basilicata, Campania e Calabria.

Il digitale può integrare i servizi fisici, ma non può diventare la comoda giustificazione per cancellarli.

Soprattutto in una regione con una popolazione anziana, territori interni isolati e competenze informatiche ancora insufficienti.

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Messina, Enna e Palermo tra le province più colpite

La classifica provinciale della Fondazione Fiba considera sia la desertificazione assoluta, relativa ai comuni senza sportelli, sia quella parziale, che riguarda i territori con una sola filiale.

Nella graduatoria nazionale della desertificazione assoluta, elaborata su 110 province, Messina occupa il 92° posto, risultando la provincia siciliana più penalizzata.

Seguono Enna al 71° posto, Palermo al 59°, Agrigento al 54° e Catania al 45°.

Sul fronte della desertificazione parziale, la situazione peggiore è quella di Palermo, all’85° posto, seguita da Enna al 71°, Catania al 68°, Messina al 65°, Caltanissetta al 63° e Agrigento al 61°.

Sono posizioni che confermano come il problema non riguardi soltanto i piccoli centri montani, ma investa anche le aree metropolitane e le loro cinture urbane.

 

Il caso Catania: comuni popolosi senza banche

La provincia di Catania offre esempi particolarmente clamorosi.

Aci Sant’Antonio, con 18.058 abitanti, non ha alcuno sportello bancario.

Sono completamente privi di filiali anche San Pietro Clarenza, con 8.229 residenti, Valverde, con 7.838, e Santa Maria di Licodia, con 7.453.

Ad Aci Catena, comune di oltre 28 mila abitanti, è rimasto un solo sportello.

La stessa condizione riguarda Tremestieri Etneo, con quasi 20 mila residenti, oltre a Pedara, Mascali, Motta Sant’Anastasia e San Gregorio di Catania.

Non si tratta dunque di sperduti borghi con poche centinaia di abitanti, ma di comuni densamente popolati nei quali la presenza bancaria è stata cancellata o ridotta al minimo.

 

Sidoti: “È un fenomeno socialmente grave”

Il segretario generale di First Cisl Sicilia, Fabio Sidoti, chiede alla politica regionale di smettere di considerare marginale il fenomeno.

«La freddezza dei numeri è disarmante», afferma Sidoti.

«Assistiamo a un progressivo scivolamento che mette in difficoltà intere comunità».

Secondo il sindacato, i servizi bancari devono essere considerati essenziali perché la loro scomparsa produce conseguenze che vanno ben oltre il rapporto tra cliente e istituto di credito.

«Il disimpegno delle banche genera spopolamento, rinuncia agli investimenti, chiusura di attività e riduzione del reddito, complicando la vita di famiglie e imprese», sottolinea Sidoti.

Da qui la richiesta rivolta alla Regione Siciliana di istituire un Osservatorio regionale sull’attività bancaria, capace di monitorare le chiusure e valutarne preventivamente le conseguenze sui territori.

 

Il risiko bancario e gli azionisti premiati

Il segretario generale nazionale di First Cisl, Riccardo Colombani, collega la riduzione degli sportelli anche alle grandi operazioni di aggregazione bancaria.

Fusioni, acquisizioni e riorganizzazioni consentono agli istituti di tagliare i costi, eliminare le sovrapposizioni e migliorare i risultati destinati agli azionisti.

Ma dietro la rassicurante parola “razionalizzazione” si nasconde spesso la cancellazione di filiali, posti di lavoro e presìdi economici territoriali.

«Il risiko bancario non può premiare solo gli azionisti, ma deve garantire benefici a tutti gli stakeholder e valorizzare lavoratrici e lavoratori», sostiene Colombani.

«Le operazioni straordinarie di aggregazione sono tra le cause principali della desertificazione bancaria».

Il sindacalista richiama anche il ruolo delle banche di credito cooperativo, rimaste maggiormente ancorate ai territori e alle economie locali.

 

La Regione non può continuare a guardare

Un Osservatorio regionale, da solo, non riaprirà le filiali cancellate.

Potrebbe però impedire che le chiusure continuino a passare come innocue riorganizzazioni interne, senza alcuna valutazione sull’impatto sociale ed economico.

Servono dati pubblici, interlocuzioni preventive con i comuni, incentivi alla permanenza nei territori fragili e strumenti di tutela per anziani, imprese e cittadini privi di alternative digitali.

 

La domanda politica è ormai inevitabile: quanto deve ancora arretrare la presenza bancaria prima che la Regione Siciliana decida di intervenire?

Perché quando da un comune scompare l’ultima banca non chiude soltanto uno sportello.

Si spegne un altro pezzo di territorio.

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