
Tra case minacciate e campagne devastate la presenza del pastore offre conforto alle famiglie e richiama le istituzioni alla responsabilità.
Una scelta semplice, ma tutt’altro che scontata: raggiungere una comunità ferita e condividere, senza passerelle, la paura e il dolore di chi ha rischiato di perdere tutto.
Domenica 30 agosto, alle 18, l’arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice ha celebrato la messa nella Chiesa Madre di Ciminna, stringendosi alla popolazione colpita dai devastanti incendi che hanno investito anche il territorio di Ventimiglia di Sicilia.
Una decisione assunta mentre erano ancora visibili le conseguenze delle fiamme che avevano minacciato abitazioni, distrutto campagne e costretto numerose famiglie a vivere ore di autentico terrore.
Il pensiero più accorato è stato rivolto a Salvatore Giglia, il giovane di 26 anni rimasto gravemente ustionato mentre tentava di difendere la propria campagna dall’avanzata del fuoco.
La vicinanza di Lorefice alle comunità colpite dagli incendi
Prima di raggiungere Ciminna, monsignor Lorefice aveva telefonato al sindaco di Ventimiglia di Sicilia e ai parroci dei due centri interessati dall’emergenza.
Al sindaco di Ciminna Vito Filippo Barone aveva inviato un messaggio nel quale manifestava «la vicinanza dell’intera Arcidiocesi di Palermo in questo momento di grave prova».
L’arcivescovo aveva inoltre assicurato la propria preghiera per quanti stavano subendo le conseguenze dell’incendio, rivolgendo un pensiero particolare a Salvatore e alla sua famiglia e invocando una benedizione sull’intera città.
Parole che non sono rimaste affidate soltanto a un comunicato.
Lorefice ha scelto di andare personalmente nei luoghi della sofferenza, trasformando la celebrazione eucaristica in un momento pubblico di condivisione, conforto e solidarietà.
Una presenza che non spegne le fiamme, ma rompe la solitudine
Un vescovo non dispone di Canadair, squadre antincendio o mezzi della Protezione civile.
Può però impedire che una popolazione ferita si senta abbandonata proprio quando le telecamere cominciano ad allontanarsi e resta soltanto la conta dei danni.
È questo il valore della lodevole iniziativa di Corrado Lorefice.
La sua presenza non pretende di sostituire il lavoro dei soccorritori né attenua la necessità di accertare eventuali responsabilità, verificare l’adeguatezza degli interventi e sostenere concretamente famiglie e imprese agricole.
Ricorda, però, che la cura di una comunità comincia dall’ascolto e dalla capacità di condividerne la sofferenza.
In tempi nei quali le istituzioni appaiono spesso lontane, una figura pubblica che arriva sul posto, incontra le persone e pronuncia i loro nomi compie un gesto dal forte significato umano e civile.
Corrado Lorefice, il pastore formatosi alla scuola dei poveri
Quella celebrata a Ciminna non è un’iniziativa isolata nella storia personale e pastorale dell’arcivescovo di Palermo.
È, piuttosto, un gesto perfettamente coerente con il percorso di un sacerdote che ha costruito il proprio ministero sull’attenzione verso i poveri, gli esclusi, i giovani e le periferie sociali.
Nato a Ispica il 12 ottobre 1962, Corrado Lorefice è stato ordinato sacerdote nel 1987.
Dopo la licenza in Teologia morale, ha conseguito nel 2009 il dottorato discutendo una tesi dedicata alla presenza di Cristo nei poveri e alla riflessione conciliare del cardinale Giacomo Lercaro e di Giuseppe Dossetti.
Papa Francesco lo ha nominato arcivescovo metropolita di Palermo il 27 ottobre 2015.
L’ordinazione episcopale è avvenuta nella Cattedrale del capoluogo siciliano il successivo 5 dicembre.
La lezione di don Pino Puglisi
Nella sua formazione ha avuto un peso determinante l’incontro con don Pino Puglisi, con il quale Lorefice collaborò nell’ambito della pastorale vocazionale.
Al sacerdote assassinato dalla mafia ha dedicato studi, libri e numerosi interventi pubblici.
Da quella testimonianza ha tratto una convinzione precisa: la mafia non si combatte soltanto con la repressione, ma formando coscienze libere, educando i giovani e sottraendo le periferie all’abbandono.
Il suo modello non è quello di una Chiesa che pronuncia solenni condanne restando al riparo nelle sagrestie.
È una Chiesa chiamata a stare nei quartieri più difficili, accanto alle famiglie, nelle scuole e nei luoghi in cui la povertà economica rischia di trasformarsi in esclusione sociale e dipendenza dai poteri criminali.
Dalla parte dei migranti e degli invisibili
Lo stesso orientamento emerge dall’impegno di Lorefice in favore dei migranti e delle persone senza dimora.
Nel 2019 raggiunse Biagio Conte a Brancaccio durante lo sciopero della fame intrapreso dal missionario laico contro l’espulsione di un cittadino ghanese che viveva da anni a Palermo.
In quella circostanza, Lorefice scelse ancora una volta di stare accanto a chi dava voce a un uomo diventato invisibile agli occhi della burocrazia.
Non è quindi casuale che oggi ricopra gli incarichi di presidente della Commissione episcopale per le migrazioni, presidente della Fondazione Migrantes e vicepresidente della Conferenza episcopale siciliana.
Un’autorità costruita con la coerenza
Il profilo di Corrado Lorefice è quello di un uomo di Chiesa colto, preparato e profondamente radicato nella realtà sociale siciliana.
La sua autorevolezza non deriva soltanto dalla carica ricoperta, ma dalla riconoscibile coerenza tra la riflessione teologica e i gesti compiuti.
Ha studiato la “Chiesa povera e dei poveri” e ha cercato di tradurre quella visione in una pastorale capace di incontrare migranti, senzatetto, giovani delle periferie e comunità travolte dalle emergenze.
Non sempre la vicinanza produce una soluzione immediata.
Ma esiste una differenza sostanziale tra osservare il dolore da lontano e decidere di attraversarlo insieme a chi lo vive.
A Ciminna, monsignor Lorefice ha scelto ancora una volta la seconda strada.
Ed è una scelta che merita di essere raccontata, perché restituisce alla parola “istituzione” il suo significato più nobile: esserci quando una comunità ha davvero bisogno di non sentirsi sola.











