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Almaviva, 387 famiglie davanti a un telefono muto: quasi 26 milioni stanziati e il centralino per le emergenze

2026-09-05 06:00

Redazione

Regione,

Almaviva, 387 famiglie davanti a un telefono muto: quasi 26 milioni stanziati e il centralino per le emergenze 116117 non parte

Il governo Schifani è riuscito a trasformare un numero di pubblica utilità in un numero da cabaret amministrativo.

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Sedi pronte e norme approvate, però Palazzo d’Orléans rinvia assunzioni e assistenza mentre i lavoratori vivono di Naspi e promesse scadute.

 

In Sicilia il 116117 è ancora un numero fantasma.

Le centrali operative realizzate negli ospedali Civico di Palermo e Cannizzaro di Catania restano vuote.

Mancano l’infrastruttura informatica, l’affidamento definitivo del servizio, il decreto per costituire il bacino degli ex dipendenti Almaviva Contact e, soprattutto, una data credibile per l’attivazione.

 

Nel frattempo, 387 lavoratori sono stati licenziati il 31 luglio 2025, i pronto soccorso continuano a essere affollati anche da richieste non urgenti e la Sicilia rimane tra le regioni nelle quali il servizio europeo non è operativo.

Un capolavoro di efficienza alla rovescia.

 

Perché i soldi sono stati trovati.

I progetti sono stati approvati.

Le leggi sono state votate.

I locali sono stati sistemati.

Le conferenze stampa sono state celebrate.

Soltanto il centralino non telefona, i cittadini non ricevono assistenza e gli operatori non lavorano.

 

Il governo Schifani è riuscito a trasformare un numero di pubblica utilità in un numero da cabaret amministrativo.

Dal numero Covid 1500 alla fine di Almaviva Contact

La storia comincia durante la pandemia.

Il numero di pubblica utilità 1500 del ministero della Salute venne utilizzato per rispondere alle richieste dei cittadini su contagi, prevenzione, vaccinazioni e certificazioni verdi.

Il servizio partì con circa 200 addetti a Palermo, arrivando successivamente a coinvolgerne complessivamente circa 600 tra Palermo, Catania, Napoli e Milano.

Con la fine dell’emergenza sanitaria, però, la commessa si ridusse drasticamente.

Alla fine del 2022 il servizio venne sospeso e centinaia di dipendenti finirono in cassa integrazione a zero ore.

Nel gennaio 2023 il ministero registrava ancora 441 lavoratori provenienti dal servizio 1500, mentre Almaviva aveva già comunicato la propria decisione di uscire dal settore dei call center, ritenuto non più economicamente sostenibile.

Nell’aprile 2023 arrivarono 5 milioni di euro statali per garantire temporaneamente la continuità del contact center fino al 31 dicembre.

Doveva essere il tempo necessario per costruire una soluzione stabile.

Naturalmente non bastò.

Nel dicembre 2023 l’assessore regionale alle Attività produttive Edy Tamajo annunciava un nuovo tavolo tecnico, promettendo “certezze e risposte concrete” ai circa 700 dipendenti allora coinvolti nella complessiva crisi Almaviva.

Da allora, le certezze sono state soprattutto le scadenze saltate.

 

Nel 2024 la prima promessa: trovare una soluzione entro l’anno

Il 30 luglio 2024 l’Assemblea regionale siciliana approvò un ordine del giorno che impegnava il governo a individuare entro la fine dell’anno una soluzione occupazionale per i lavoratori delle sedi di Palermo e Catania.

Quell’impegno venne accettato dal governo regionale come raccomandazione.

Il 2024 finì senza alcuna ricollocazione.

Il 30 dicembre, alla vigilia della scadenza degli ammortizzatori sociali, Renato Schifani annunciò il progetto del 116117: due centrali operative sanitarie e l’impiego a tempo pieno di 130 lavoratori sui 394 siciliani allora interessati dalla vertenza.

Il 7 gennaio 2025 fu firmato a Roma un accordo che prorogava la cassa integrazione fino al 31 luglio per 491 lavoratori su scala nazionale.

La Regione confermò che 130 ex dipendenti sarebbero stati impiegati nelle centrali di Palermo e Catania.

Per gli altri venne prospettato un secondo progetto: la digitalizzazione e dematerializzazione degli archivi e delle cartelle sanitarie regionali.

Da quel momento il 116117 diventò la grande promessa del governo regionale.

Anzi, la grande promessa mobile.

Mobile perché cambiavano continuamente la data di partenza, il numero degli operatori da assumere e persino la rappresentazione delle risorse disponibili.

 

“Entro l’estate”, “entro ottobre”, “entro novembre”: il calendario delle promesse scadute

Il 20 maggio 2025 Tamajo dichiarò che il progetto era “in fase avanzata” e che l’iter avrebbe potuto concludersi entro la fine dell’estate.

Il servizio, disse la Regione, era finanziato con circa 25 milioni di euro e avrebbe dato lavoro a 130 persone.

L’estate arrivò.

Il centralino no.

Il 29 luglio fallì il tavolo nazionale sulla vertenza e scattarono i licenziamenti.

In Sicilia furono colpiti 277 dipendenti a Palermo e 112 a Catania, anche se il numero definitivo dei licenziati venne poi indicato in 387.

 

Il 30 settembre 2025 la Regione annunciò il via libera del ministero della Salute.

Tamajo assicurò che entro la fine di ottobre sarebbero stati consegnati i locali del Civico e del Cannizzaro e che si sarebbe potuti “partire con il programma”.

Nello stesso comunicato si parlava ancora di 130 lavoratori e di un investimento complessivo di circa 25 milioni.

Il 18 novembre arrivò un’altra passerella.

Dopo un sopralluogo al Civico, l’assessore annunciò che i lavori sarebbero terminati “a breve”, ipotizzando persino la fine di quel mese.

Aggiunse che il nuovo servizio sarebbe stato gestito con l’impiego prioritario degli ex dipendenti Almaviva.

Novembre passò.

Poi dicembre.

Poi l’inverno, la primavera e un’altra estate.

A settembre 2026 i locali risultano pronti, ma il servizio non è ancora partito.

L’ultima previsione dell’assessorato regionale alla Salute sposta adesso il collaudo dell’infrastruttura entro la fine del 2026.

In pratica, ciò che nel maggio 2025 doveva essere pronto entro l’estate potrebbe essere collaudato un anno e mezzo dopo.

Sempre che questa volta il calendario regionale non venga considerato un semplice genere letterario.

 

Quasi 26 milioni sulla carta, ma il cittadino non può ancora chiamare

Il progetto non è rimasto fermo per mancanza di risorse.

Il decreto assessoriale 144 del 6 febbraio 2025 ha destinato al 116117 risorse vincolate del Piano sanitario nazionale per 25.678.987 euro.

La scheda finanziaria prevedeva:

  • 8.289.786,98 euro per l’attivazione dell’infrastruttura hardware, software, fonia e dati;
  • 1.789.984 euro per il canone annuale dell’infrastruttura;
  • 15.599.216,02 euro per i servizi da erogare per due anni. 

Il successivo decreto assessoriale 641 del 20 maggio 2026 ha assegnato all’Arnas Civico, individuata come azienda capofila, 9.790.900 euro per il quadriennio 2026-2029.

Di questi, 8.411.900 euro, Iva compresa, sono destinati all’infrastruttura tecnologica e 1.379.000 euro a imprevisti, sicurezza, spese tecniche, incentivi e altre somme a disposizione.

 

Attenzione, però.

Quei 9,79 milioni rappresentano una quota del progetto complessivo da 25,68 milioni.

Non possono essere sommati come se fossero un ulteriore finanziamento autonomo, nonostante alcune comunicazioni abbiano alimentato questa impressione.

E non è neppure corretto affermare, in assenza dei rendiconti, che tutte queste somme siano già state materialmente spese.

Gli atti documentano risorse programmate e assegnate, mentre il trasferimento effettivo è collegato ai costi sostenuti e rendicontati dalle aziende ospedaliere.

 

Ed è proprio qui che il governo dovrebbe smetterla con i comunicati trionfali e pubblicare un rendiconto comprensibile:

quanti soldi sono stati impegnati, quanti affidati, quanti liquidati, a quali imprese e per quali prestazioni?

Perché quasi 26 milioni programmati per un servizio che non risponde ancora a una sola telefonata meritano qualcosa di più di un’altra fotografia davanti a una stanza vuota.

 

Una gara tecnologica partita quando il servizio doveva già funzionare

Nell’agosto 2026 i sindacati venivano informati che il bando per l’infrastruttura tecnologica sarebbe stato completato “nei prossimi giorni”.

Cioè quando, secondo il cronoprogramma politico, il servizio avrebbe dovuto essere operativo già da mesi.

Secondo quanto riferito dal segretario della Slc Cgil Palermo, Fabio Maggio, della componente informatica si starebbe occupando Tim.

Dopo l’allestimento, però, dovrà essere affidata a un soggetto privato anche la gestione operativa del servizio.

Ad oggi non risulta pubblicamente indicata una data certa per il completamento dell’intera procedura.

Occorre quindi conoscere il Cig della procedura, l’atto di adesione o aggiudicazione, l’importo contrattuale, il cronoprogramma, le penali e lo stato di esecuzione.

Occorre inoltre chiarire perché nel settembre 2025 la Regione parlasse genericamente di un affidamento tramite Consip, mentre oggi viene indicato il coinvolgimento di Tim.

Sono domande elementari.

Diventano sospette soltanto quando un’amministrazione non fornisce risposte altrettanto elementari.

 

Due leggi approvate e un decreto che il governo non riesce a firmare

Nel frattempo è intervenuta anche l’Assemblea regionale.

L’articolo 8 della legge regionale 1 del 5 gennaio 2026 ha previsto che le società incaricate dei servizi multicanale per il governo delle liste d’attesa si avvalgano prioritariamente di personale qualificato appartenente al bacino Almaviva.

La stessa norma ha autorizzato una spesa complessiva di 6,1 milioni di euro per il triennio 2026-2028.

Il bacino, però, deve essere definito attraverso un decreto dell’assessore alle Attività produttive, sentiti l’assessorato al Lavoro e le organizzazioni sindacali.

 

L’articolo 6 della legge regionale 11 del 24 aprile 2026 ha esteso espressamente quella priorità anche al personale da impiegare nel 116117.

La legge non lascia molto spazio alla fantasia amministrativa: per individuare gli operatori si deve attingere prioritariamente dal bacino Almaviva.

Eppure il decreto che deve costituire e disciplinare il bacino non è stato ancora adottato.

Il deputato regionale del Movimento 5 Stelle Adriano Varrica ha quindi diffidato formalmente Schifani, chiedendo che gli atti vengano approvati entro quindici giorni.

Varrica ricorda che le disposizioni sono state votate all’unanimità dall’Ars e hanno superato anche il controllo del Consiglio dei ministri.

Sostiene inoltre che l’assenza di criteri per l’ingresso e l’uscita dal bacino potrebbe generare contenziosi, responsabilità amministrative e possibili danni erariali.

 

I sindacati affermano di avere già raggiunto un accordo sui criteri di selezione.

Sempre Fabio Maggio arriva a ipotizzare che i continui rinvii possano servire a mantenere “mani libere” in vista delle prossime elezioni.

È un’accusa sindacale grave, che il governo regionale ha il dovere di smentire con i fatti: firmando immediatamente il decreto e pubblicando regole trasparenti.

 

Da 130 a 250 lavoratori: anche i numeri aspettano chiarezza

Un altro elemento merita spiegazioni.

Il progetto originario annunciato dal governo prevedeva l’assorbimento di 130 ex dipendenti.

Le ricostruzioni più recenti parlano invece di circa 250 operatori destinati al 116117.

La Rai, inoltre, indica in 378 gli ex Almaviva ancora in attesa di una ricollocazione, mentre altre fonti continuano a riferirsi ai 387 lavoratori licenziati.

Le differenze potrebbero dipendere da ricollocazioni individuali o dall’evoluzione del dimensionamento del servizio.

Ma è precisamente per conoscere la platea effettiva che serve il decreto regionale.

Senza il bacino non si sa ufficialmente quanti lavoratori siano disponibili, quali professionalità possiedano, chi abbia trovato un’altra occupazione e chi abbia ancora diritto alla priorità.

Il governo pretende di organizzare un servizio senza avere formalmente individuato le persone che una legge gli impone di utilizzare.

Una performance amministrativa quasi dadaista.

 

Il resto d’Italia risponde, la Sicilia ascolta il silenzio

Il 116117 non è un centralino ornamentale.

È un numero gratuito, raggiungibile senza prefisso da telefono fisso o mobile, destinato alle cure e alle richieste sanitarie non urgenti.

Può orientare verso la continuità assistenziale, fornire informazioni sui servizi territoriali, aiutare nella gestione di prescrizioni, ausili e vaccinazioni e ridurre gli accessi impropri nei pronto soccorso.

Il ministero della Salute certifica che è già operativo sull’intero territorio di Abruzzo, Basilicata, Calabria, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Molise, Piemonte, Toscana e Veneto, oltre che nella Provincia autonoma di Trento.

È inoltre attivo in parte di Liguria, Marche, Sardegna e Umbria.

La Sicilia non compare tra i territori operativi.

Il Lazio ha completato la copertura regionale il 24 agosto 2026, attivando un servizio gratuito, multilingue e disponibile ventiquattr’ore su ventiquattro.

Mentre altrove il cittadino può parlare con operatori, infermieri e medici, in Sicilia può limitarsi ad ascoltare gli annunci di Palazzo d’Orléans.

 

Tre anni di tavoli, quasi 26 milioni programmati e nessuna risposta

La vicenda Almaviva non è soltanto una vertenza occupazionale.

È la dimostrazione di come il governo regionale riesca a tenere insieme tutti i peggiori difetti della burocrazia siciliana:

promesse senza atti, atti senza gare, gare senza date, locali senza tecnologia, leggi senza decreti e lavoratori senza lavoro.

Nel mezzo ci sono centinaia di professionisti che durante la pandemia rispondevano alle paure degli italiani e che oggi ricevono dalla Regione soltanto rinvii.

E ci sono milioni di siciliani privati di un servizio capace di orientare i pazienti, sostenere la medicina territoriale e alleggerire i pronto soccorso.

 

Il governo Schifani deve pubblicare immediatamente:

  • il rendiconto delle somme effettivamente impegnate e liquidate;
  • tutti gli atti della procedura per l’infrastruttura tecnologica;
  • il contratto o l’atto che disciplina il coinvolgimento di Tim;
  • il cronoprogramma vincolante per il collaudo e l’avvio;
  • il decreto di costituzione del bacino Almaviva;
  • il numero esatto degli operatori che saranno impiegati;
  • gli atti relativi all’affidamento della gestione;
  • lo stato reale del progetto di digitalizzazione destinato ai lavoratori esclusi dal 116117.

 

Dopo tre anni non serve un altro tavolo.

Non serve un altro sopralluogo.

Non serve l’ennesimo comunicato nel quale si annuncia che il governo “segue con attenzione”.

Serve che qualcuno alzi finalmente quella cornetta.

E possibilmente che dall’altra parte risponda un’amministrazione regionale capace di fare il proprio lavoro.

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