A un anno dalla nascita della Fondazione dedicata al caposcorta di Falcone, borse di studio per giovani meritevoli, supporto alle famiglie fragili e il Giardino della Memoria diventato Parco Regionale.
La moglie, Tina Montinaro, traccia il primo bilancio e si racconta, tra dolore e fiducia, tra memoria e futuro.
La Fondazione Antonio Montinaro ha da poco spento la sua prima candelina.
Nata l'8 settembre 2025 per volontà di Tina Montinaro, moglie di Antonio, caposcorta di Giovanni Falcone ucciso a Capaci il 23 maggio 1992, in dodici mesi ha trasformato il ricordo di Antonio in borse di studio per studenti meritevoli, sostegno alle famiglie fragili e percorsi di legalità, in stretta collaborazione con l'associazione Quarto Savona Quindici, che Tina presiede da anni.
Nei giorni scorsi ho avuto il piacere di incontrarla nuovamente, per tracciare insieme a lei un primo bilancio.
Conosco Tina da tanto tempo, e il tempo, di solito, cambia le cose, a volte anche le persone.
Eppure, ogni volta che rivedo Tina, a colpirmi, ancora prima delle parole, sono i suoi occhi: brillano sempre della stessa luce, quella che nemmeno i 500 chili di tritolo della strage di Capaci sono riusciti a spegnere.
È la luce di chi ricostruisce dove qualcuno voleva distruggere tutto, anche la speranza.
Cos'è la Fondazione Antonio Montinaro, e perché la data dell'8 settembre non è casuale?
“La Fondazione è un ulteriore tassello del mio impegno sul territorio.
Con i miei figli abbiamo sentito il desiderio di ricordare Antonio in modo ancora più concreto, aiutando i giovani, che sono il futuro.
E la memoria deve camminare con il futuro.
Abbiamo costituito la Fondazione, che sostiene i ragazzi meritevoli fino all'università. L'8 settembre è il compleanno di Antonio: lo festeggiamo da sempre facendo cose importanti per questa città, dove Antonio ha dato la vita”.
Tu incontri da molti anni ormai gli studenti nelle scuole. Cosa ti chiedono i ragazzi?
“Dipende dall'età. Quando racconto loro cosa è accaduto nel 1992, i bambini delle elementari si immedesimano nei miei figli, piccoli come loro all'epoca della morte di Antonio, e mi chiedono come hanno reagito alla perdita del papà. Ma mi è anche capitato che ragazzini delle scuole medie mi abbiano fatto capire che per loro la giustizia è vendetta. Questo dimostra che c'è ancora tanto da lavorare. Noi non abbiamo mai chiesto vendetta, solo giustizia, anche se non è mai arrivata”.
Il Giardino della Memoria, sull'A29, è da poco diventato Parco Regionale. Cosa significa per te?
“È un risultato importante, e ne sono felice. Faremo tanto in quel giardino, anche con l'aiuto di alcune persone che stanno scontando pene alternative alla detenzione e che ci hanno già dato la loro disponibilità a lavorare nel Parco. Questi sono i momenti che gratificano di più: la prova che la storia di Antonio ha lasciato qualcosa di buono anche in chi nella vita ha percorso strade diverse dalla sua”.
A Bagheria un bene confiscato alla mafia è diventato Villa Quarto Savona Quindici, un centro per ragazzi fragili.
“È nata una colonia estiva davanti al mare, con giochi e giornate in spiaggia per i bambini. Ci sono anche figli di detenuti, che mi hanno ringraziato ed espresso riconoscenza per l'iniziativa. Molti di loro sono bravissimi a scuola, e la Fondazione Montinaro continuerà a seguirli e sostenerli nel percorso di studio”.
Chi era Antonio, il «caposcorta di Falcone», quando tornava a casa da te e dai vostri figli? Che uomo era?
“Era un ragazzo con le sue paure, che sapeva benissimo quanto fosse pericoloso il suo lavoro a Palermo in quegli anni. Sta lì la sua grandezza: pur consapevole del rischio, non ha mai fatto un passo indietro, perché aveva scelto da che parte stare. È quello che spiego ai ragazzi, cioè che la vita è fatta di scelte. Io e i miei figli siamo orgogliosi di Antonio e delle sue scelte”.
Tu non ami essere definita «vedova», ma la moglie del poliziotto Montinaro.
“La parola vedova mi ha sempre dato fastidio, mi fa pensare a qualcosa di archiviato, che non esiste più. Io mi sento ancora la moglie di quel poliziotto che oggi avrebbe 64 anni: sarebbe giovane. Antonio è morto da 34 anni, ma continua a darci forza. Il mio nipotino si chiama Antonio Montinaro, proprio come lui, che è sempre presente. Il dolore non se ne va, ma si trasforma. Guardando le sue foto oggi provo una grande tenerezza. Vedo Antonio quasi come un figlio, fermo per sempre a quell'età in cui, nonostante fosse un ragazzo, ebbe il coraggio di scortare Falcone”.
Il tuo dolore è assolutamente sui generis, intimo ma anche pubblico. Quanto ti è pesato?
“Molto. Il dolore appartiene a chi lo vive, non è condivisibile. Ma ho dovuto metterlo in piazza per far capire chi era Antonio, e cosa vivono le famiglie delle vittime di mafia”.
Cosa è stato più difficile far capire ai tuoi figli?
“Spiegare loro, già adolescenti, perché gli assassini del padre fossero fuori dal carcere: una cosa che ancora oggi non mandiamo giù. Abbiamo sempre voluto giustizia, mai ottenuta pienamente”.
Al piccolo Antonio, il nipotino di otto anni, come racconti il nonno?
“Gliel'ha raccontato suo padre. E il bimbo ne è orgogliosissimo: dice a tutti che il nonno era poliziotto, voleva difendere il dottor Falcone, ma sono morti insieme, perché c'era una bomba sulla strada”.
Qual è l'errore più grande nel raccontare le stragi ai giovani?
“Non possiamo permetterci di dimenticare quanto sangue è stato versato in questa città. Nessuno può raccontare il '92 come noi familiari delle vittime, perché lo abbiamo vissuto sulla nostra pelle”.
I giovani vengono sempre 'cercati' e reclutati dalla criminalità, penso al racket delle estorsioni. Quali sentimenti suscitano in te queste notizie?
“È il mio dispiacere più grande. I giovani sono doppiamente in pericolo perché Palermo è piena di droga, e tanti ragazzi finiscono nelle mani della criminalità per pochi soldi, che magari gli servono proprio per acquistare la droga della quale fanno uso. Dobbiamo unire le forze e aiutarli a capire cos'è la mafia in questa città: lo dobbiamo ai nostri morti, non solo ad Antonio”.
Negli anni la memoria si è come spaccata: lo dimostrano il 23 maggio e il 19 luglio di ogni anno, quando le commemorazioni portano con sé uno strascico di polemiche e scontri. Cosa ne pensi?
“Penso sia una vergogna. Non si può sfilare in corteo facendo polemica o, ancora peggio, politica. Si sono create vere e proprie fazioni. Tutti parlano di Falcone e Borsellino, spesso per convenienza o a sproposito, e talvolta senza neanche avere idea di cosa parlano. Per alcuni l'antimafia è diventata una professione, un lavoro. A noi familiari fa molto male, perché queste dinamiche allontanano dalla memoria di chi ha dato tutto per ciò in cui credeva. Dovremmo fare memoria insieme, con rispetto, in silenzio, perché la memoria appartiene a tutti. E, come mi ha insegnato Antonio, ognuno deve fare la propria parte”.
Hai detto più volte che non cambieresti niente della tua vita...
È vero, credimi: neanche un minuto, e lo ribadisco.
Perché?
“Perché sono orgogliosa e felice di aver sposato Antonio. L'ho avuto al mio fianco solo cinque anni, ma mi hanno riempito la vita intera. Non ho mai desiderato un marito diverso, o una vita diversa, anche se non è stato facile”.
Nel 2023 hai pubblicato un libro, Non ci avete fatto niente. La lotta alla mafia di Antonio Montinaro e Giovanni Falcone ieri, oggi e domani. Il fatto che tu dica “non ci avete fatto niente” indubbiamente spiazza, sembra un paradosso. Cosa significa davvero?
“I mafiosi non ci hanno fatto niente. Perché Antonio ci ha insegnato tanto, e la sua scelta continua a darci onore e dignità. I suoi figli camminano a testa alta, mentre quelli dei mafiosi sono costretti a vergognarsi”.
Se Antonio tornasse per un istante e vedesse tutto quello che hai fatto da quel 23 maggio 1992, cosa ti direbbe?
(Tina si commuove, ndr). “Mi direbbe sicuramente «brava». E io lo ringrazierei per quello che ha fatto per il nostro Paese”.










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