
Bollino rosso nei tre capoluoghi maggiori, otto province colpite e perdite stimate in 50 milioni: la prevenzione resta soltanto sulla carta.
La notizia vera è politica: una minaccia stagionale e perfettamente prevedibile continua a essere amministrata come se fosse una sorpresa caduta dal cielo.
La Sicilia resta esposta a temperature estreme e incendi, mentre il governo regionale ripropone il consueto copione: prima gli annunci sulla macchina organizzativa, poi le fiamme, quindi la conta dei danni e infine la dichiarazione dello stato di emergenza.
Una liturgia istituzionale ormai consumata.
Cambiano le date, aumentano i milioni, si allungano i comunicati stampa.
Il risultato, però, resta drammaticamente uguale: il territorio brucia e la politica arriva dopo.
Caldo estremo e incendi, il pericolo non è affatto passato
L’avviso diffuso il 10 agosto dalla Protezione civile regionale, indicava il livello 3 per le ondate di calore a Palermo, Messina e Catania, con temperature percepite rispettivamente di 36, 38 e 39 gradi.
Sul fronte degli incendi, tutte le province siciliane risultavano in condizioni di pericolosità media e preallerta.
L’aggiornamento dell’11 agosto non offre alcun motivo per abbassare la guardia.
Secondo l’avviso numero 170 della Protezione civile siciliana, per il 12 agosto tutte le nove province rimangono in preallerta, mentre il livello 3 per il caldo interessa ancora i tre maggiori capoluoghi.
Sono previsti 38 gradi percepiti a Palermo e Catania e 39 a Messina.
Il livello massimo dovrebbe permanere anche il 13 agosto.
Occorre evitare un equivoco: il livello 3 riguarda le ondate di calore, mentre per gli incendi è stata dichiarata la preallerta con pericolosità media.
Ma “media” non significa rassicurante.
La stessa legenda ufficiale chiarisce che, in queste condizioni, un incendio può sviluppare un’intensità elevata e propagarsi velocemente.
Con vegetazione secca, temperature molto alte, precipitazioni assenti e territori scarsamente presidiati, basta un innesco doloso, colposo o accidentale per trasformare una collina in una torcia.
Otto province colpite e 50 milioni di danni
L’11 agosto la giunta regionale, su proposta del presidente Renato Schifani, ha dichiarato lo stato di crisi e di emergenza regionale per un anno.
Il provvedimento è stato predisposto dal capo della Protezione civile Salvo Cocina e riguarda gli incendi divampati tra luglio e i primi dieci giorni di agosto.
Secondo i dati diffusi dalla stessa Regione Siciliana, la prima stima dei danni raggiunge circa 50 milioni di euro in otto province.
Ben 38 milioni riguarderebbero il solo Palermitano.
Dal 15 luglio al 6 agosto, Vigili del fuoco, Corpo forestale e Protezione civile avrebbero effettuato 8.059 interventi di spegnimento e pattugliamento.
Centinaia di persone sono state evacuate.
Boschi, aziende agricole, allevamenti, capannoni, abitazioni e infrastrutture sono stati travolti.
E questa stagione ha già imposto il prezzo più alto, con la morte del vigile del fuoco Alessandro Marchì, caduto durante le operazioni nelle campagne di San Cataldo.
Davanti a questi numeri, Schifani assicura che la Regione sarà al fianco di cittadini, Comuni e imprese.
Parole doverose.
Il problema è che sono terribilmente simili a quelle pronunciate nelle precedenti emergenze.
Il copione era già stato recitato nel 2023
Il 26 luglio 2023 il governo Schifani aveva già dichiarato lo stato di crisi e di emergenza regionale.
Allora la Regione contava 338 incendi, oltre 60 milioni di danni provocati direttamente dai roghi e altri 200 milioni attribuiti all’eccezionale ondata di calore.
Il 18 ottobre dello stesso anno arrivò un’altra dichiarazione di crisi, questa volta per dieci giorni, accompagnata dal richiamo in servizio di 1.600 operai forestali.
Eppure, nel gennaio 2024, la Regione dovette sollecitare 120 Comuni affinché completassero la documentazione necessaria per chiedere a Roma il riesame dello stato di emergenza nazionale.
Per i cittadini danneggiati, le domande di contributo furono aperte soltanto tra maggio e giugno 2024.
La pagina dell’Irfis dedicata ai contributi per gli incendi del 2023 registra aggiornamenti amministrativi e graduatorie protratti fino al marzo 2025.
Quasi due anni di coda burocratica dopo il giorno in cui la politica aveva promesso rapidità, vicinanza e ritorno alla normalità.
È questa la domanda che oggi Palazzo d’Orléans dovrebbe affrontare: quali risultati concreti hanno prodotto le precedenti dichiarazioni di emergenza?
Quanti ristori sono stati effettivamente pagati?
Quanti territori sono stati messi in sicurezza?
Quante opere preventive sono state completate prima dell’estate successiva?
Lo stato di emergenza non spegne un solo incendio
Lo stato di emergenza non è inutile in sé.
Può accelerare procedure, consentire interventi straordinari e facilitare la ricognizione dei danni.
Diventa inutile quando viene trasformato in una scorciatoia comunicativa, buona per mostrare un governo apparentemente in movimento dopo che il disastro si è già consumato.
La prevenzione, invece, si misura prima delle fiamme.
Si misura attraverso la pulizia dei terreni, la realizzazione delle fasce tagliafuoco, la manutenzione della viabilità forestale, l’efficienza delle torrette, il presidio delle zone più vulnerabili, la rapidità degli interventi e il controllo sulle ordinanze comunali.
Si misura verificando quanti mezzi siano realmente operativi e distribuiti sul territorio, non quanti vengano presentati durante le conferenze stampa.
Il WWF, in una durissima analisi pubblicata il 23 luglio, ha denunciato il fallimento dell’apparato regionale, accusando il sistema di concentrare risorse sullo spegnimento e di trascurare prevenzione e controllo.
L’associazione ricorda gli annunci su 90 mezzi pesanti, 210 pick-up antincendio e circa 3 milioni per convenzioni e turni aggiuntivi dei Vigili del fuoco.
Risorse importanti, certamente.
Ma comprare autobotti significa prepararsi a inseguire il fuoco.
Impedire che il territorio diventi una gigantesca miccia richiede un’altra politica.
Venticinque milioni annunciati: adesso servono atti e scadenze
Il governo regionale rivendica un primo pacchetto da 25 milioni di euro, dei quali 15 destinati alla Protezione civile e 10 ai ristori per le imprese agricole.
Nel comunicato del 27 luglio, però, quelle risorse erano ancora presentate come un emendamento da inserire nel disegno di legge 1030 Stralcio IV.
Adesso servono trasparenza e risposte verificabili.
La Regione pubblichi la norma che rende disponibili le somme, i capitoli di bilancio, i decreti attuativi, i criteri di assegnazione e il calendario delle erogazioni.
Pubblichi inoltre, provincia per provincia, la mappa delle attività preventive programmate e realmente concluse prima dell’avvio della campagna antincendio del 15 maggio.
Dica quanti dei mezzi annunciati erano operativi nei giorni più critici.
Renda noti i tempi medi di intervento e il numero delle postazioni rimaste senza personale o attrezzature.
Spieghi quali controlli siano stati effettuati sui Comuni che non hanno imposto o verificato la pulizia dei fondi.
La domanda che Palazzo d’Orléans non può più evitare
Se gli incendi in Sicilia si ripetono ogni estate, possono ancora essere definiti un’emergenza?
Oppure siamo davanti a un fallimento strutturale della programmazione regionale?
Dichiarare per un anno l’emergenza causata da un fenomeno che ritorna puntualmente ogni anno rischia di diventare la più involontaria delle confessioni.
Significa ammettere che il governo sa contare i danni, ma non riesce a ridurre le condizioni che li producono.
La Sicilia non ha bisogno dell’ennesimo timbro apposto sulle proprie ceneri.
Ha bisogno di prevenzione documentata, responsabilità individuate e risultati misurabili.
Il resto è fumo.
E purtroppo, di quello, ne abbiamo già respirato abbastanza.










